Due anni fa ho cambiato macchina. Un acquisto necessario. Ponderato. Ma anche di stile. Ho scelto un’auto bianca con il tetto azzurro. Full optional. Un segno distintivo, con tutte le opzioni digitali. Due anni fa, però, non sapevo ancora che avrei passato così tanto tempo lì dentro da trasformarla in qualcosa di diverso. Un mezzo di trasporto. Una pensilina quando piove. Un ufficio. Passiamo così tanto tempo nel traffico da non renderci conto della vita che scorre. L’ho notato ieri, durante una call, con 43 gradi dentro l’abitacolo. E mi è venuto un dubbio. Forse il problema non è che passiamo troppo tempo in macchina. Il problema è che abbiamo iniziato a considerarlo normale. Secondo il più recente Global Traffic Scorecard di INRIX, chi vive in una grande città come Roma può perdere oltre 70 ore all’anno nel traffico. Quasi tre giorni. Fermi. Con il motore acceso. Facciamo più chilometri con il piede sulla frizione che con le scarpe da running. Nel frattempo, l’Europa ci ricorda che il cambiamento climatico sta modificando il continente più velocemente di quanto previsto solo pochi anni fa. Le ondate di calore di queste settimane hanno messo sotto pressione città, trasporti, ospedali e reti elettriche. La scienza ci parla della più intensa ondata di caldo mai registrata in Europa occidentale e spiegano che sarebbe stata praticamente impossibile senza il cambiamento climatico causato dall’uomo. E la cosa più curiosa è che continuiamo a discuterne come se fosse ancora una questione di opinioni. Eppure basterebbe poco. Riprenderci i nostri spazi. Camminare quando possibile. Lasciare l’auto quando non è indispensabile. Trasformare un tragitto in un’occasione per muoversi. L’Organizzazione Mondiale della Sanità raccomanda almeno 150 minuti di attività fisica moderata a settimana, un livello di attività associato a una riduzione del rischio di malattie cardiovascolari, diabete di tipo 2, alcuni tumori e a un miglioramento della salute mentale. Non ci renderà campioni. Ma potrebbe renderci più sani. Perché lo sport non è solo quello che si pratica in palestra. È anche il chilometro fatto a piedi invece che in auto. È la bicicletta presa invece delle chiavi. È una città che restituisce tempo invece di consumarlo. Meno traffico. Meno stress. Più salute. Per le persone. Per l’ambiente. Anche per un Servizio Sanitario Nazionale che continua a pagare il conto della nostra sedentarietà e delle malattie croniche che ne derivano. Ma mentre discutiamo su cosa sia più giusto fare, restiamo immobili. Incapaci di prendere decisioni in grado di migliorare il nostro presente e, probabilmente, salvare il nostro futuro al novantesimo più recupero. E così, come stronzi, restammo nel traffico. Con il motore acceso. E il corpo spento.
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