Trentadue anni sono tanti, probabilmente troppi. L’ultima partecipazione dell’Italia a un Mondiale femminile di basket risale al 1994, quando le Azzurre chiusero all’undicesimo posto in Australia. Erano i tempi in cui lo sport delle donne compariva ancora raramente nei palinsesti e sui giornali. E le donne non godevano ancora della giusta considerazione sportiva che hanno oggi.
Dal 4 al 13 settembre l’Italia tornerà a giocarsi il titolo mondiale, questa volta a Berlino. La qualificazione è arrivata il 16 marzo a San Juan di Porto Rico, grazie al successo per 68-56 sulla Spagna vicecampione d’Europa, con 22 punti di Cecilia Zandalasini. Un risultato che ha dato continuità al bronzo conquistato agli Europei del 2025 e completato la risalita della Nazionale guidata da Andrea Capobianco.
Il sorteggio, purtroppo, non è stato generoso. Nel girone ci saranno Repubblica Ceca, Stati Uniti e Cina, con le ultime due finaliste dell’edizione 2022. La partita d’esordio contro le ceche potrebbe già decidere buona parte del cammino italiano. Ma sarebbe riduttivo e sbagliato fermarsi al risultato.
Dal 1994 non è cambiata soltanto la nazionale di basket femminile. È cambiato proprio tutto ciò che circonda lo sport al femminile. Per anni è stato definito una nicchia: poco seguito, poco interessante e ancora meno redditizio. Una convinzione alimentata anche da un meccanismo piuttosto comodo. Le competizioni venivano trasmesse poco, raccontate meno e sostenute con investimenti limitati; la scarsa visibilità diventava poi la prova che il pubblico non esistesse. Un circolo vizioso dal quale sembrava impossibile uscirne.
I dati più recenti raccontano altro. Negli Stati Uniti, durante il primo semestre del 2026, sono stati seguiti 28,6 miliardi di minuti di sport femminile, il 18 per cento in più rispetto allo stesso periodo del 2025. Le persone interessate hanno raggiunto quota 122,5 milioni e gli investimenti pubblicitari sono cresciuti del 120 per cento rispetto al 2022. Sono numeri americani e sarebbe sbagliato trasferirli automaticamente alla realtà europea ed italiana. Indicano però una tendenza chiara: quando gare e campionati vengono programmati in orari adeguati, promossi e resi facilmente accessibili, gli spettatori arrivano. Non per fare una concessione alle atlete, ma perché trovano talento, rivalità e storie capaci di appassionare. Il basket ne è una delle dimostrazioni più evidenti. Prima ancora dell’All-Star Game 2026, la WNBA aveva già totalizzato 3,8 miliardi di minuti visti, mentre il valore delle sponsorizzazioni era aumentato del 71 per cento. Nella lega statunitense gioca anche Zandalasini, impegnata con le Golden State Valkyries prima di raggiungere il raduno azzurro alla fine di agosto.
In Italia, però, la distanza tra ciò che accade sul campo e il modo in cui viene raccontato resta ancora evidente. Spesso serve una medaglia perché una squadra femminile conquisti titoli e interviste. Poi la competizione finisce e l’attenzione scompare fino all’impresa successiva. La Nazionale di Capobianco ha intanto costruito qualcosa di concreto. Zandalasini è il volto più conosciuto, ma intorno a lei sono cresciute giocatrici come Lorela Cubaj, Costanza Verona, Francesca Pasa e Jasmine Keys. Il bronzo europeo e la vittoria sulla Spagna non sono arrivati per caso: sono il risultato di una squadra che ha trovato identità, continuità e fiducia. Berlino sarà quindi molto più di un ritorno atteso per 32 anni. Dirà quanto le Azzurre siano vicine alle migliori, ma offrirà anche all’Italia un’altra occasione per guardare con maggiore attenzione uno sport che esiste e cresce indipendentemente da quanto spazio gli venga concesso. Non sappiamo fin dove arriverà la Nazionale. Il girone è difficile e le avversarie non consentono grandi voli di fantasia. Sappiamo però che queste ragazze il loro posto lo hanno conquistato. Adesso tocca a noi accorgerci che sono tornate.
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