Percy Cerutty non aveva bisogno di una pista perfetta. Gli bastavano una spiaggia, qualche peso, una salita di sabbia abbastanza cattiva e un atleta disposto a seguirlo. Se poi accettava anche di leggere filosofia e mangiare avena cruda, tanto meglio.

Negli anni Cinquanta, a Portsea, sulla penisola di Mornington in Australia, Cerutty costruì uno dei laboratori più singolari dell’atletica del Novecento. Niente strutture sofisticate: mare, sentieri, vegetazione e soprattutto dune. World Athletics, che nel 2021 gli ha assegnato una Heritage Plaque nella categoria “Legend”, lo considera uno dei tecnici pionieristici della sua epoca.

Alla propria filosofia aveva dato un nome che era già un programma: Stotan, fusione di Stoic e Spartan. Ma dietro quell’etichetta quasi militaresca c’era un pensiero meno brutale di quanto si potrebbe immaginare. Cerutty faceva lavorare i mezzofondisti con i pesi, affiancava alla corsa esercizi ginnici e osservava il movimento degli animali per cercare una tecnica più naturale. Allo stesso tempo diffidava delle tabelle rigide e degli atleti trasformati in esecutori. «Niente deve essere imposto, fisso o regimentato», sosteneva: il corpo doveva avere voce nell’allenamento.



Insomma, spartano sì, automa no.

In uno dei suoi scritti riassunse il concetto con una frase molto meno pittoresca delle sue sedute sulla sabbia: «La perseveranza, unita a un lavoro intelligente, produce i cosiddetti miracoli». La fatica, da sola, non gli bastava. Doveva avere un senso.

Il miracolo più famoso aveva un nome: Herb Elliott.

I due si incontrarono dopo le Olimpiadi di Melbourne del 1956, quando Elliott era ancora giovanissimo. Cerutty lo portò con sé a Portsea e Athletics Australia racconta un apprendistato decisamente poco convenzionale: grandi filosofi da leggere, avena cruda da mangiare — il ragazzo la considerava cibo da galline — e corse impegnative tra boscaglia e sabbia.

Quattro anni dopo Elliott arrivò alla finale olimpica dei 1500 metri di Roma da favorito. Cerutty gli suggerì di attaccare a metà gara, proprio nel momento in cui gli avversari si sarebbero aspettati la sua mossa: secondo lui, vederlo partire lì avrebbe avuto un effetto psicologico devastante, perché avrebbe fatto pensare agli altri che il primo posto fosse già andato.

Il 6 settembre 1960 Elliott seguì il piano, staccò tutti e vinse l’oro in 3’35”6, nuovo record mondiale. La sua carriera internazionale si sarebbe chiusa senza sconfitte sul miglio e sui 1500 metri.

Cerutty, intanto, non aveva nessuna intenzione di passare inosservato. Athletics Australia ricorda che durante quella stessa finale romana si mise ad agitare un asciugamano dagli spalti. Era passionale, polemico, poco incline alla diplomazia e capace di lunghi scontri con colleghi e dirigenti. Tra i suoi rivali più noti ci fu Franz Stampfl, altro grande tecnico dell’epoca.

Con Elliott, invece, il rapporto lasciò un segno molto più profondo. Anni dopo il campione australiano ricordò che ascoltare Cerutty faceva venire voglia di “scuotere gli alberi e scuotere il mondo”. Probabilmente è la descrizione migliore di ciò che quell’uomo cercava di fare: non insegnare soltanto a correre più forte, ma convincere chi aveva davanti a pensarsi più forte.

Ed è anche il motivo per cui Cerutty è difficile da liquidare come il solito allenatore eccentrico. Alcune sue idee, allora considerate bizzarre, oggi suonano molto meno strane: il lavoro di forza per chi corre, l’importanza della tecnica, l’allenamento all’aperto, l’ascolto delle sensazioni individuali. Aveva modi discutibili, convinzioni granitiche e un talento particolare per litigare, ma dietro il personaggio c’era un metodo.

Nel 2023, a Portsea, furono Herb Elliott e Sebastian Coe a scoprire la targa che World Athletics gli aveva dedicato. Un dettaglio che chiude bene il cerchio: Coe ha raccontato di essere stato ispirato da Elliott, Elliott era stato plasmato da Cerutty.

Tre generazioni di mezzofondo legate, in qualche modo, a un uomo che aveva scelto una duna come palestra.


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