Prima di Usain Bolt, i 100 metri erano soprattutto una sfida contro il cronometro.
Dopo Usain Bolt, diventarono uno spettacolo globale.
Il sorriso prima della partenza, le pose davanti alle telecamere, il gesto della freccia rivolto al cielo che sarebbe diventato uno dei simboli sportivi più riconoscibili del nuovo millennio. Il mondo lo avrebbe soprannominato Lightning Bolt, il Fulmine Bolt. Non soltanto per la velocità, ma per la capacità di illuminare una pista in pochi secondi e lasciare un segno destinato a durare nel tempo.
Il 16 agosto 2009, ai Mondiali di Berlino, quel soprannome raggiunge il suo significato più compiuto.
Quando sul tabellone dello Stadio Olimpico compare il tempo di 9"58, l'atletica comprende di trovarsi davanti a qualcosa di eccezionale. Non è semplicemente un nuovo record del mondo. È una prestazione che modifica la percezione stessa di ciò che un essere umano può fare su una pista di atletica.
Per capire come si arrivi a quella sera bisogna partire da molto lontano.
Bisogna raggiungere Sherwood Content, una piccola comunità immersa nel verde della Giamaica settentrionale. È lì che nasce, il 21 agosto 1986, un ragazzo alto, sorridente e pieno di energia che trascorre le giornate giocando a cricket e a calcio. L'atletica non è ancora una vocazione. È un passatempo tra tanti. I suoi insegnanti, invece, notano qualcosa che gli altri non vedono.
Bolt corre in modo diverso. Più veloce, più naturale, quasi inconsapevole.
In Giamaica l'atletica è una cultura prima ancora che uno sport. Le competizioni scolastiche riempiono gli spalti e rappresentano una straordinaria fucina di talenti. È in quell'ambiente che il giovane Usain cresce e impara a trasformare un dono naturale in una possibilità concreta.
Il talento, da solo, non basta.
Lo stesso Bolt ha raccontato più volte di non essere stato un ragazzo particolarmente disciplinato. Preferiva divertirsi, scherzare, stare con gli amici. Il lavoro quotidiano arrivò più tardi, grazie soprattutto all'incontro con Glen Mills, l'allenatore che avrebbe accompagnato la sua ascesa.
«I sogni sono gratis. Gli obiettivi hanno un costo. Tempo, impegno, sacrificio e sudore», dirà anni dopo.
È una frase che racconta bene la distanza tra il ragazzo di Sherwood Content e il campione che conquisterà il mondo. Mills comprende subito una cosa fondamentale: Bolt non deve essere trasformato in uno sprinter tradizionale.
Per decenni la velocità è stata associata a corpi compatti, potenti, costruiti per esplodere nei primi metri. Bolt misura un metro e novantacinque. Ha leve lunghissime e una struttura fisica che molti tecnici avrebbero considerato inadatta ai 100 metri.
Lui cambia le regole. Le sue falcate coprono più spazio rispetto a quelle degli avversari. La sua accelerazione cresce progressivamente fino a raggiungere livelli mai visti. Quella che sembrava un'anomalia diventa un vantaggio competitivo. Quando arriva a Berlino nel 2009, Bolt è già campione olimpico e primatista mondiale. Un anno prima, ai Giochi di Pechino, aveva corso in 9"69 dando l'impressione di poter andare ancora più veloce.
Molti si chiedono quale sia il limite. Lui risponde a modo suo. «Non credo nei limiti.»
La finale mondiale dei 100 metri dura meno di dieci secondi, ma continua a essere analizzata sedici anni dopo. Non per il risultato. Per la sensazione che lasciò.
Bolt parte bene, accelera, prende il comando e si allontana. Negli ultimi metri sembra quasi correre in un'altra dimensione. Quando taglia il traguardo, il cronometro si ferma a 9"58.
Undici centesimi meglio del record che già gli apparteneva. Nel mondo dello sprint è un'enormità.
I record dei 100 metri vengono normalmente migliorati di uno o due centesimi alla volta. Bolt cancella undici centesimi in una sola sera. Tyson Gay, secondo classificato in 9"71, corre una delle gare più veloci della storia e finisce comunque lontano dal vincitore.
La portata dell'impresa emerge ancora di più osservando ciò che è accaduto dopo.
Sono passati anni, sono cambiati materiali, metodologie di allenamento e generazioni di velocisti. Eppure quel numero continua a resistere: 9"58. Nessuno è riuscito a superarlo.
È il motivo per cui Berlino 2009 occupa un posto speciale nella storia dello sport. Non rappresenta soltanto il punto più alto della carriera di Usain Bolt. Rappresenta il momento in cui il Fulmine Bolt trasformò una gara di dieci secondi in qualcosa di molto più grande. Un riferimento destinato a misurare tutte le generazioni successive.
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