Il 31 luglio 1954, alle sei di sera, il mondo si allarga di qualche metro. Dopo settimane trascorse tra ghiacciai, crepacci, bufere e pareti che sembrano respingere ogni presenza umana, Achille Compagnoni e Lino Lacedelli raggiungono la cima del K2, 8.611 metri. Sotto di loro si estende il Karakorum. Sopra non c'è più nulla da conquistare. Per la prima volta nella storia, un essere umano mette piede sulla vetta della seconda montagna più alta della Terra.

L'Italia accoglie la notizia come un trionfo nazionale. Sono passati meno di dieci anni dalla fine della Seconda guerra mondiale. Il Paese sta ricostruendo città, industrie e fiducia. Da una delle regioni più remote del pianeta arriva una notizia che assomiglia a una rivincita collettiva: la spedizione guidata da Ardito Desio ha conquistato quella che molti alpinisti considerano la montagna più difficile del mondo.

L'Everest era stato scalato appena l'anno precedente da Edmund Hillary e Tenzing Norgay. Il K2, invece, continuava a resistere. Le spedizioni americane del 1938, del 1939 e del 1953 avevano dovuto arrendersi davanti a una montagna feroce, famosa per il maltempo improvviso, le pareti ripidissime e i rischi estremi dell'alta quota.

La fotografia di Compagnoni e Lacedelli sulla vetta fa il giro del mondo. Sembra il finale perfetto di una grande avventura.

Eppure, a poche centinaia di metri dalla gloria, c'è un'altra storia che quasi nessuno conosce.

Walter Bonatti ha 24 anni. È uno dei più promettenti alpinisti della sua generazione. Insieme al portatore pakistano Amir Mehdi è incaricato di trasportare le bombole d'ossigeno necessarie per l'assalto finale. Quando i due raggiungono la quota prevista per l'ultimo campo, scoprono di non riuscire a trovarlo.

Quella notte restano bloccati oltre gli ottomila metri senza tenda e senza sacco a pelo.

Nell'alpinismo esistono poche immagini più impressionanti di questa: due uomini immobili nel buio del Karakorum, circondati da ghiaccio e vento, costretti a resistere fino all'alba in una zona che oggi viene definita "la zona della morte". Bonatti sopravvive. Amir Mehdi subisce gravissimi congelamenti e perderà diverse dita dei piedi.

La mattina successiva le bombole vengono recuperate e Compagnoni e Lacedelli completano la salita.

Per anni la vicenda rimane ai margini del racconto ufficiale. Bonatti sostiene che il campo destinato a riceverlo fosse stato collocato in una posizione diversa da quella concordata, circostanza che avrebbe provocato il drammatico bivacco notturno. La versione ufficiale della spedizione racconta una storia differente.

Nasce così uno dei casi più controversi dello sport italiano.

Per quasi mezzo secolo libri, articoli, interviste e testimonianze alimentano una disputa che divide il mondo dell'alpinismo. Nel 2004, in occasione del cinquantesimo anniversario dell'impresa, una commissione istituita dal Club Alpino Italiano riesamina la documentazione disponibile. Le conclusioni riconoscono la fondatezza delle principali ricostruzioni fornite da Bonatti e il contributo determinante suo e di Amir Mehdi al successo della spedizione.

La conquista del K2 resta una delle più grandi imprese sportive italiane del Novecento. Non soltanto per la difficoltà della montagna, ma per tutto ciò che quella vetta rappresentò. Fu una dimostrazione di coraggio, organizzazione e capacità tecnica in un'epoca in cui l'alpinismo himalayano era ancora una frontiera inesplorata.

Oggi quella celebre fotografia del 31 luglio 1954 appare diversa da come la videro i giornali dell'epoca.

Racconta Compagnoni e Lacedelli sulla cima del mondo. Racconta Ardito Desio e una spedizione che entrò nella storia. Racconta Walter Bonatti, che impiegò cinquant'anni per vedere riconosciuta la propria verità. Racconta Amir Mehdi, il cui nome per troppo tempo è rimasto in secondo piano.

È questo che rende il K2 qualcosa di più di una straordinaria impresa alpinistica. Non la semplice cronaca di una montagna conquistata, ma una storia di uomini, di sacrifici e di scelte che continuano a interrogare il presente.


Credits foto: Centro Documentazione Museo Nazionale della Montagna