L'uomo che taglia il traguardo è un eroe. Il pubblico applaude, i fotografi immortalano il momento e Alice Roosevelt, figlia del presidente degli Stati Uniti Theodore Roosevelt, si prepara a congratularsi con il nuovo campione olimpico. Poi qualcuno fa una domanda. Com'è possibile che Fred Lorz sia arrivato così fresco dopo quasi quaranta chilometri? La risposta è destinata a entrare nella storia: buona parte della maratona l'ha percorsa...in automobile.
Sembra una leggenda costruita nel tempo, invece accadde davvero. Era il 30 agosto 1904 e la maratona delle Olimpiadi di St. Louis sarebbe diventata la gara più surreale mai disputata ai Giochi. C'erano corridori inseguiti dai cani randagi, atleti che mangiavano mele raccolte lungo il percorso, un vincitore tenuto in piedi da un mix di brandy e stricnina e un'organizzazione che oggi farebbe inorridire qualsiasi direttore di gara.
Le Olimpiadi moderne erano nate appena otto anni prima e avevano ancora il sapore dell'avventura. La maratona si corse sotto un sole implacabile, su strade sterrate percorse anche dalle automobili degli ufficiali di gara, che sollevavano nuvole di polvere rendendo quasi impossibile respirare. I punti di rifornimento erano soltanto due. Non fu una dimenticanza. James Edward Sullivan, uno dei responsabili dell'organizzazione, era convinto che limitare l'acqua avrebbe permesso di studiare gli effetti della disidratazione sugli atleti durante uno sforzo prolungato. Oggi un'idea del genere sarebbe impensabile.
Le conseguenze furono immediate. Dei 32 partenti soltanto 14 riuscirono a concludere la prova. Il favorito William Garcia crollò dopo aver respirato per chilometri polvere e detriti sollevati dalle vetture. Le lesioni ai polmoni e allo stomaco furono così gravi da mettere seriamente a rischio la sua vita.
Nel frattempo Fred Lorz era già stato smascherato. Dopo essersi fermato per i crampi, era salito sull'auto del suo allenatore, aveva percorso diversi chilometri e solo quando il motore si era guastato era tornato a correre fino allo stadio. Per qualche minuto fu davvero il campione olimpico, almeno nelle fotografie. Poi arrivò la squalifica.
Il titolo passò a Thomas Hicks, ma la sua vittoria racconta un'altra epoca. Negli ultimi chilometri i suoi assistenti gli somministrarono piccole dosi di stricnina, brandy e albume d'uovo per impedirgli di fermarsi. Oggi la stricnina è nota soprattutto come veleno per topi; allora, in quantità ridotte, veniva considerata uno stimolante. Non esistevano controlli antidoping e nessuno immaginava che quella sarebbe diventata una delle pagine più discusse della storia olimpica. Hicks raggiunse il traguardo in stato confusionale, sorretto dal suo staff e incapace di camminare con le proprie gambe.
Tra i personaggi più straordinari di quella giornata c'era anche il cubano Félix Carvajal. Aveva attraversato mezzo continente con pochi soldi in tasca, si fermò a chiacchierare con gli spettatori, raccolse alcune mele da un frutteto e ne mangiò alcune ormai marce, procurandosi forti dolori allo stomaco. Nonostante tutto concluse la gara al quarto posto. Il sudafricano Len Tau, invece, dovette perdere minuti preziosi per sfuggire a un branco di cani randagi che lo inseguì lungo il percorso.
A distanza di oltre un secolo, la maratona di St. Louis continua a sembrare un racconto inventato. Eppure ogni episodio è documentato. Quella giornata, che oggi fa sorridere per la sua assurdità, contribuì anche a cambiare lo sport. L'idea che una gara olimpica dovesse garantire sicurezza, assistenza medica, rifornimenti adeguati e regole certe nacque anche dagli errori commessi quel 30 agosto. Le Olimpiadi moderne devono qualcosa persino alla corsa più caotica della loro storia.
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