Viviamo nell'epoca della velocità. La tecnologia doveva regalarci tempo, e invece ce lo ha tolto. Corriamo per arrivare, accumuliamo impegni, misuriamo le giornate in risultati, produttività rispetto del timing. Abbiamo trasformato il tempo in una risorsa da consumare e non più in uno spazio da abitare. Forse proprio per questo cresce dentro molti di noi un bisogno diverso: quello di rallentare. C'è un "detto" riferito ad indigeni della foresta amazzonica che rende decisamente il senso: "Siamo andati tanto avanti e così in fretta che dobbiamo fermarci per aspettare che le nostre anime ci raggiungano. "Forse è proprio questo uno dei significati più autentici che dobbiamo dare oggi allo sport. Non soltanto competizione, prestazione o ricerca del risultato. Lo sport è anche un luogo in cui il tempo cambia forma. Quando corriamo, pedaliamo, nuotiamo o camminiamo, paradossalmente rallentiamo. Torniamo ad ascoltare il respiro, il battito del cuore, il dialogo con noi stessi. Recuperiamo una dimensione che la frenesia quotidiana tende a cancellare. Lo sport ci restituisce il presente. Ci insegna che non tutto deve essere immediato, che i miglioramenti richiedono pazienza, che i traguardi più importanti sono spesso il frutto di piccoli passi ripetuti nel tempo. Lo sport come scuola di attesa e di equilibrio, valori sempre più rari. Per questo oggi lo sport rappresenta molto più di un'attività fisica. È uno strumento di benessere sociale, un antidoto culturale all'ossessione della velocità. È uno spazio in cui possiamo riconquistare il bene più prezioso della nostra epoca: il tempo. Non il tempo da riempire, ma il tempo da vivere. Quello necessario per ritrovare noi stessi, per riallineare mente e corpo, per permettere alle nostre anime di raggiungerci. In fondo, forse, lo sport ci insegna proprio questo: "il vero traguardo non è arrivare prima degli altri. È non perdere sé stessi lungo la strada."

*Presidente Sport Italae

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