A Venezia è nato un club senza sede, senza bandiere alle pareti e, almeno per ora, senza un abbonamento. I suoi tifosi si trovano nella casa circondariale di Santa Maria Maggiore e la squadra che hanno scelto è il Venezia FC.

La storia è stata raccontata da Ponti, la rivista realizzata dai detenuti, e ripresa il 26 luglio dall’ANSA e dalla TGR Veneto. L’idea è seguire insieme le partite, conoscere meglio la storia della società arancioneroverde e parlare di sport. I promotori sperano anche di ottenere un abbonamento televisivo e, per chi potrà beneficiare di un permesso premio, di assistere a una gara allo stadio Pier Luigi Penzo.

Sono progetti ancora da realizzare, ma il nome della rivista sembra già racchiuderne il senso. Un ponte verso la squadra, verso Venezia e verso una comunità dalla quale il carcere separa senza poterla cancellare.

L’iniziativa nasce in un istituto in forte difficoltà. I dati del Ministero della Giustizia, aggiornati al 30 giugno 2026, indicano 272 detenuti a fronte di 159 posti regolamentari. In una realtà segnata dal sovraffollamento, anche un appuntamento settimanale può rompere l’uniformità delle giornate.

Un club di tifosi non risolve i problemi del sistema penitenziario, né può sostituire il lavoro, lo studio e i percorsi di reinserimento. Può però restituire un frammento di normalità: una partita da aspettare, una formazione da commentare, una vittoria da festeggiare e una sconfitta da accettare.

Il calcio, in fondo, è anche questo. Un linguaggio comprensibile a persone diverse per età, provenienza e storia personale. Per novanta minuti si guarda nella stessa direzione e si condivide qualcosa che accade fuori, nel cuore della città.

Dietro una proposta apparentemente semplice c’è anche un principio preciso. L’articolo 27 della Costituzione, nel testo pubblicato dal Senato della Repubblica, stabilisce che le pene devono tendere alla rieducazione del condannato. Non significa dimenticare le responsabilità, ma fare in modo che la pena non coincida con la rinuncia definitiva alla possibilità di tornare nella società.

Lo sport può contribuire perché vive di regole, limiti e rispetto degli altri. Insegna che si può perdere senza distruggere tutto e che nessun risultato si costruisce da soli. Persino il tifo, quando non diventa violenza, può trasformarsi in un esercizio di partecipazione.

Il rapporto tra il Venezia FC e il mondo penitenziario non comincia oggi. Nell’aprile 2026 una delegazione del club ha visitato il carcere Due Palazzi di Padova, consegnando maglie e palloni all’ASD Pallalpiede, squadra composta da detenuti. Il Venezia ha presentato l’incontro sul proprio sito ufficiale come un progetto fondato su inclusione, responsabilità e crescita personale. Nel 2023 l’Academy e il settore femminile avevano inoltre promosso attività sportive e formative nel carcere della Giudecca.

Il club di Santa Maria Maggiore si inserisce in questo percorso con un gesto ancora più essenziale: continuare a sentirsi parte della città attraverso la sua squadra.

Non sappiamo se arriverà l’abbonamento televisivo o se qualcuno potrà davvero raggiungere il Penzo con un permesso premio. Ma l’idea ha già aperto uno spazio. Non serve soltanto a riempire il tempo: permette di incontrarsi, discutere e immaginare un ritorno nella comunità.

Il carcere divide le giornate in attese e scadenze. Un campionato restituisce un calendario e un rito condiviso. Le porte rimangono chiuse, ma per la durata di una partita la città può entrare.


Credits foto: veneziafc.it