Il 9 settembre 1968, a Forest Hills, Arthur Ashe vinse gli US Open. Aveva 25 anni e per battere l’olandese Tom Okker gli servirono cinque set e più di tre ore di gioco: 14-12, 5-7, 6-3, 3-6, 6-3. Un successo memorabile, anche perché il tie-break ancora non esisteva e quel primo parziale sembrava non voler finire mai. Ma la parte più curiosa arrivò dopo: il trofeo andò ad Ashe, l’assegno destinato al vincitore no.

Non era un errore. Quella del 1968 era la prima edizione degli US Open, nata dall’apertura dei grandi tornei sia ai dilettanti sia ai professionisti. Fino ad allora il tennis aveva vissuto una separazione sempre più difficile da sostenere tra chi poteva essere pagato per giocare e chi, almeno ufficialmente, doveva restare amateur. A New York quell’anno c’erano 100 mila dollari di montepremi complessivo e 14 mila erano destinati al campione del singolare maschile.

Ashe, però, era ancora un dilettante. Tenente dell’esercito americano, non poteva accettare il premio previsto per un professionista e dovette accontentarsi della diaria consentita: 20 dollari al giorno per quattordici giorni, 280 dollari in tutto. I 14 mila finirono così a Tom Okker, lo sconfitto della finale.

Il secondo classificato guadagnò cinquanta volte più del vincitore.

Oggi sembra una regola uscita da un mondo capovolto, ma in realtà fotografa benissimo un passaggio storico. Il tennis aveva appena aperto ufficialmente le porte al professionismo e il primo campione degli US Open si trovò, per una strana coincidenza, ancora dalla parte sbagliata della soglia.

Eppure i soldi sono soltanto una parte di ciò che accadde quel giorno. Con quella vittoria Ashe diventò il primo uomo afroamericano a conquistare il singolare in un torneo del Grande Slam. Poche settimane prima aveva vinto anche il campionato nazionale dilettanti statunitense e rimane l’unico giocatore ad aver conquistato nello stesso anno il titolo americano amateur e quello Open.

Anche il momento in cui tutto questo avvenne pesa nel racconto. Era il 1968, uno degli anni più tormentati della storia recente degli Stati Uniti: Martin Luther King era stato assassinato ad aprile, Robert Kennedy a giugno, il Paese era attraversato dalle proteste contro la guerra in Vietnam e dalle tensioni legate alla battaglia per i diritti civili. In quell’America, un ragazzo nero cresciuto a Richmond, in Virginia, entrò in uno dei templi più tradizionali del tennis statunitense e ne uscì da campione.

Ashe non aveva bisogno di gesti teatrali. Anche negli anni successivi avrebbe scelto un modo diverso di esporsi, misurato ma fermissimo, diventando una voce importante sui diritti civili, contro l’apartheid e in favore dell’istruzione. Intanto continuava a vincere: nel 1970 arrivò l’Australian Open, nel 1975 Wimbledon.

Ma Forest Hills resta forse la fotografia più singolare della sua carriera. Quel pomeriggio si incontrarono un atleta destinato a lasciare un segno molto più grande dei suoi risultati e uno sport che stava cambiando rapidamente identità, regole e rapporto con il denaro.

C’è quasi un’ironia perfetta nel modo in cui accadde.

Il primo US Open dell’era professionistica fu vinto da un uomo che professionista non era ancora. Arthur Ashe uscì dal campo con la coppa e 280 dollari.

I 14 mila li prese quello che aveva perso.


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