Che periodo strano quello in cui siamo. Lo sport italiano vive un Rinascimento frutto di lavoro coordinato e strutturato che viene portato avanti da anni. L’atletica leggera e le discipline acquatiche dimostrano ancora una volta come quello che realmente serve è una progettualità. Che non guardi solo il nome. L’etnia. Il colore. Ma che anzi si unisca sotto l’azzurro (bianco e blu a Birmingham per la verità). Eppure non riesco a essere pienamente contento. Perché per quanto la mia vita lavorativa si stia intrecciando con quella sportiva, il mio bambino interiore inizia a correre quando vede un pallone rotolare in campo. E per carità, i miei colori rossoneri e rossazzurri non mi hanno certo dato soddisfazioni in questi ultimi anni. Almeno ci pensa la nazionale a farmi tifare durante i mondiali… Già tre edizioni che guardiamo dal divano. Ma come è possibile che il calcio italiano abbia perso la sua dimensione?
Quando abbiamo perso il calcio? In molti hanno la propria ricetta. In pochi però la sanno cucinare. Parliamo di sostenibilità economica, diritti televisivi, format, algoritmi, plusvalenze, investimenti. Tutte cose necessarie. Ma mentre cerchiamo di rendere il calcio sempre più grande, forse stiamo dimenticando di tenerlo abbastanza vicino. Penso che si sia perso il romanticismo. Che si sia smarrita da qualche parte l’emotività del calcio vissuto, che porta mio padre a ricordare a memoria la formazione della Juventus che perse la Coppa Campioni del 1983 (che poi voglio dire, era abbastanza semplice perché era la formazione di Spagna ’82 con Platini e Boniek) e a non capacitarsi ancora oggi di come abbiano perso quella finale. O di quando mi parla delle promozioni del Catania di Massimino. Penso che si sia perso il piacere di essere popolari. Di vivere quel pallone che rotola(va) come qualcosa di nostro. Di comune. Di bello. Perché può piacere o meno, ma almeno una volta abbiamo tirato un calcio in piazza. O in campagna. O per strada, in cortile, al mare. Ovunque volessimo. Ovunque potessimo.
E mi piace pensare che questo romanticismo possa tornare per un po’ di tempo vedendo i sorrisi delle persone durante eventi di benessere e sport nelle piazze. Come per lo SportCity Day. Perché in fondo abbiamo bisogno di stare insieme, di muoverci. Di un movimento. Ma come in ogni relazione tossica che si rispetti, il mio mal di testa per il calcio sta per tornare. Perché forse il problema non è che guardiamo troppo in alto. Il problema è che abbiamo iniziato a pensare che lo sport esista soltanto lassù. Nei record. Nelle qualificazioni. Nei milioni di euro. E sia chiaro: è bellissimo arrivarci. L'Italia di questi anni lo sta dimostrando. Atletica, nuoto, tennis, pallavolo e tante altre discipline stanno raccogliendo i risultati di una progettualità costruita nel tempo. Ma troppo in alto, solo in alto, sempre più in alto, a volte, si rischia di far sciogliere le ali di cera. Dovremmo ricordarci di non perdere i campioni di ogni giorno che semplicemente vogliono muoversi. In una piazza. In un parco. In strada. Con competenza. Insieme.