All’inizio si dice che oggi non può. La settimana dopo ha da studiare. A quella successiva non risponde sul gruppo. Qualcuno chiede se è malato, qualcun altro dice di averlo visto in giro e quindi no, non è malato. Poi arrivano i nuovi orari, si aggiorna l’elenco e il suo nome sparisce. Funziona più o meno così in una squadra di calcio, in palestra, su una pista di atletica. Non sempre, naturalmente. A volte un ragazzo annuncia che ha scelto un’altra attività e saluta tutti. Altre volte se ne va senza riuscire a spiegare bene perché. Può darsi che non lo sappia neppure lui. Sa solo che, quando si avvicina l’ora dell’allenamento, preferirebbe essere altrove. Gli adulti hanno una parola comoda: dropout. Fa pensare a una casella spuntata nel modo sbagliato. Ma dentro quella parola possono esserci cose molto diverse: una passione finita, un trasloco, i compiti, i soldi, un allenatore con cui non ci si intende. E anche il fastidio di sentirsi sempre quello che deve migliorare prima di meritarsi un posto.
Non possiamo indovinare il motivo guardando una casella vuota. Sappiamo però che il piacere di fare sport, il sostegno dei compagni, dei genitori e degli allenatori sono associati alla voglia di continuare. Sono cose difficili da segnare sul referto. Una società, se vuole conoscerle, deve trovare il tempo di chiederle. Il ragazzo che se ne va non ha per forza bisogno di essere riportato indietro. Magari è più felice a suonare, a ballare, a giocare a un altro sport. Ha diritto di cambiare idea senza diventare un problema da risolvere. La domanda difficile riguarda quello che avrebbe voluto restare. Quello che continuava a presentarsi, ma rideva meno. Che a una gara aspettava il proprio turno con lo stomaco chiuso. Che alla fine diceva «è andata bene» per non allungare il viaggio di ritorno. Nessuno può riconoscerlo con certezza da tre gesti. Si può, però, parlargli prima che smetta di venire.
Intanto l’allenamento comincia. Un compagno prende il suo posto nella fila, perché la fila deve andare avanti. Il pallone viene rimesso in gioco. La musica riparte. Qualcuno dà il via alla serie successiva. «Non viene più», dice un adulto. Per un momento sarebbe utile che qualcun altro rispondesse: «Lo so. Ma gli abbiamo chiesto come stava, quando veniva?»
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