Il tifoso di calcio ha un difetto professionale: tende a considerarsi indispensabile. Dice “abbiamo vinto” senza avere toccato un pallone e “abbiamo giocato malissimo” dopo avere trascorso novanta minuti seduto. Da sempre si è perfino assegnato un ruolo in squadra: il dodicesimo uomo. Pare che non fosse soltanto vanità. Nel 2020 il Covid chiuse gli stadi e il calcio, suo malgrado, organizzò un esperimento che nessun ricercatore avrebbe mai potuto permettersi: togliere contemporaneamente il pubblico da migliaia di partite e vedere che cosa succedeva. Successe che giocare in casa contava meno.
Uno studio su oltre quattromila partite di dodici campionati europei ha calcolato che, senza spettatori, il cosiddetto “fattore campo” si riduceva di circa un terzo. Non spariva: restavano lo stadio conosciuto, niente viaggio, gli spogliatoi abituali e tutte quelle piccole comodità che fanno della casa, anche nel calcio, la casa. Ma una fetta consistente era evidentemente seduta in tribuna e in curva. La cosa interessante è capire che cosa facesse, esattamente, tutta quella gente. Perché nessun coro ha mai segnato un gol. Nessun “dai!” urlato dagli spalti compare nelle statistiche degli assist. Eppure, quando quelle voci vennero spente, le squadre di casa crearono meno occasioni e mostrarono una minore supremazia offensiva. Un'analisi di 4.844 partite in quindici campionati europei ha trovato meno punti e meno gol per chi giocava nel proprio stadio. In altre parole, il tifo non tocca il pallone ma, in qualche modo, arriva fino alle gambe.
Poi ci sono gli arbitri, che per mestiere dovrebbero essere impermeabili a tutto: insulti, fischi, suppliche, quarantamila persone che hanno visto benissimo un rigore anche dalla curva opposta. Anche qui gli stadi vuoti hanno raccontato qualcosa. In assenza di spettatori si sono attenuate alcune differenze nelle sanzioni tra squadre di casa e ospiti. Uno studio molto ampio, costruito su oltre quarantamila incontri storici e più di mille gare a porte chiuse, ha osservato che la maggiore severità normalmente riservata agli ospiti scompariva per falli e cartellini. Non significa che gli arbitri siano dei pavidi che fischiano secondo il volume della curva. Significa una cosa molto meno scandalosa: sono esseri umani. E un essere umano al quale quarantamila altri esseri umani urlano contemporaneamente “fallo!” può riuscire a ignorarli. Ma deve ignorarli.
La ricerca, come capita spesso, impedisce comunque di raccontare una favola troppo semplice. Non tutti gli studi hanno trovato lo stesso effetto e non tutto il vantaggio di casa dipende dal tifo. In alcune analisi il peso delle decisioni arbitrali appare importante, in altre molto meno; uno studio sul campionato olandese ha rilevato che a porte chiuse il vantaggio casalingo scompariva soprattutto perché le squadre di casa segnavano meno, non perché cambiassero i fischi. Ed è probabilmente questa la parte più interessante. Uno stadio non è uno sfondo. È un ambiente che agisce su chi ci sta dentro. Chiunque sia entrato in uno stadio pieno lo sa senza avere letto una ricerca scientifica. C’è un momento, quando la squadra di casa recupera palla e parte in avanti, in cui decine di migliaia di persone si alzano insieme. Il rumore cresce prima ancora che succeda qualcosa. Per chi attacca può essere una spinta, per chi difende un allarme. Per l’arbitro, semplicemente, rumore. Durante il Covid rimasero i campioni, gli allenatori, il VAR, le telecamere, i milioni dei diritti televisivi. Le partite si giocarono lo stesso. Ma assomigliavano stranamente agli allenamenti. Il dodicesimo uomo, alla fine, non era quello che pensava di essere: non decide la formazione, non batte i rigori e spesso dalla tribuna vede anche piuttosto male. Però serve. E dopo averlo preso in giro per decenni, la scienza gli ha dato la soddisfazione più grande. Aveva ragione lui.
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