Quando Ismael Saibari ha segnato contro la Scozia, al Mondiale 2026, in Marocco hanno esultato da Tangeri a Marrakech. Hanno festeggiato anche a Bruxelles, Rotterdam, Anversa, Barcellona e Madrid. Non perché la partita si giocasse lì. Perché una parte del Marocco vive lì.

È una scena che racconta molto più del risultato.

Saibari è nato a Terrassa, in Catalogna. Oggi è uno dei volti della nazionale marocchina e uno dei protagonisti di questo Mondiale. La sua storia, in fondo, è quella di milioni di famiglie sparse tra le due sponde del Mediterraneo.

In questo torneo gli Atlas Lions sono tornati protagonisti dopo la storica semifinale raggiunta in Qatar nel 2022, la prima nella storia per una nazionale africana. All'epoca molti parlarono di impresa. Quattro anni dopo appare più corretto parlare di continuità.

Secondo il Centre on Migration, Policy and Society dell'Università di Oxford, diciannove dei ventisei convocati marocchini per il Mondiale 2026 sono nati fuori dal Paese. Reuters ha evidenziato come la formazione schierata contro il Brasile fosse composta quasi interamente da giocatori cresciuti lontano dal Marocco.

Achraf Hakimi è nato a Madrid. Brahim Díaz a Malaga.

Bilal El Khannouss in Belgio. Sofyan Amrabat nei Paesi Bassi. La lista potrebbe continuare. Vista dall'esterno, questa nazionale sembra una contraddizione. Vista dal Marocco, è la cosa più naturale del mondo.

Da decenni milioni di cittadini di origine marocchina vivono in Europa. Secondo il Ministero degli Affari Esteri marocchino, la diaspora supera i cinque milioni di persone ed è concentrata soprattutto in Francia, Spagna, Belgio, Paesi Bassi e Germania. In molte famiglie il legame con il Paese d'origine non si è mai dissolto. È rimasto vivo nei viaggi estivi, nelle tradizioni tramandate, nelle telefonate ai parenti rimasti dall'altra parte del mare.

È da questa realtà che arriva gran parte della squadra di Walid Regragui.

Per anni le seconde generazioni sono state raccontate come un equilibrio difficile. Il Marocco ha fatto l'opposto: ha trasformato quella pluralità in una risorsa.

La federazione ha lavorato a lungo per mantenere un rapporto con le comunità all'estero. Osservatori, contatti costanti con le famiglie, attenzione verso i giovani cresciuti nei vivai europei. Un lavoro silenzioso che nel tempo ha prodotto risultati evidenti.

Quando Hakimi corre sulla fascia, quando Amrabat prende in mano il centrocampo o quando Saibari trova la porta, il Paese non vede giocatori nati altrove. Vede figli della propria storia.

Nel 2026 quasi un quarto dei calciatori presenti al Mondiale rappresenta una nazionale diversa dal Paese di nascita, secondo dati FIFA analizzati da Reuters. È una tendenza che attraversa tutto il calcio internazionale. Nessuna squadra, però, la interpreta con la stessa forza simbolica del Marocco.

Perché qui la questione non riguarda soltanto il pallone.

Riguarda il modo in cui cambiano le società.

Per molto tempo abbiamo pensato che l'appartenenza coincidesse con il luogo in cui si nasce. Questo Marocco suggerisce una lettura diversa. Si possono attraversare lingue, culture e frontiere senza perdere il filo che unisce una storia familiare.

La forza di questa nazionale non nasce soltanto dal talento dei suoi giocatori. Nasce dalla capacità di tenere insieme percorsi differenti e trasformarli in qualcosa di comune.

È una lezione che va oltre il Mondiale.

Per decenni il calcio ha raccontato le nazioni come confini. Il Marocco sta raccontando qualcosa di diverso: una comunità. E, guardando ciò che accade in campo, è difficile sostenere che abbia torto.


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