Il 28 agosto 1963 Martin Luther King pronuncia il discorso più famoso del Novecento.
A Washington, davanti al Lincoln Memorial, parla di uguaglianza, libertà e di un sogno che un giorno avrebbe dovuto appartenere a tutti gli americani. Non sta parlando di sport. Eppure poche parole hanno avuto un impatto così profondo sul mondo dello sport. Perché quando King prende la parola, molti campioni afroamericani stanno ancora vivendo una contraddizione evidente: possono vincere davanti a milioni di persone, ma non godono degli stessi diritti fuori dagli stadi.
Jesse Owens lo aveva scoperto sulla propria pelle. Nel 1936 aveva conquistato quattro medaglie d'oro alle Olimpiadi di Berlino, diventando uno degli atleti più celebri del pianeta. Una volta tornato negli Stati Uniti, continuò a confrontarsi con discriminazioni che nessuna medaglia era riuscita a cancellare. Owens rappresenta il prima. Muhammad Ali rappresenta il dopo. Quando Martin Luther King parla a Washington, Ali è ancora Cassius Clay, un giovane pugile olimpionico che sta iniziando la propria carriera professionistica. Negli anni successivi diventerà il simbolo di un atleta nuovo: non soltanto campione, ma cittadino. Non soltanto vincitore, ma voce pubblica. Le sue battaglie contro il razzismo e la sua opposizione alla guerra in Vietnam cambieranno per sempre il rapporto tra sport e impegno civile. Poi arriva il 1968. King è stato assassinato da pochi mesi quando Tommie Smith e John Carlos salgono sul podio olimpico dei 200 metri a Città del Messico.
Il pugno guantato alzato durante l'inno americano diventa una delle immagini più celebri della storia dello sport. In quella fotografia c'è molto più di una protesta. C'è il percorso iniziato anni prima a Washington. C'è l'idea che un atleta possa usare la propria notorietà per difendere valori che vanno oltre il risultato. A più di sessant'anni dal discorso "I Have a Dream", il suo lascito continua a vivere anche negli stadi. Ogni volta che uno sportivo sceglie di utilizzare la propria voce per affrontare temi sociali, civili o politici, si ritrova a percorrere una strada aperta in quegli anni.
Per questo il 28 agosto 1963 appartiene anche alla storia dello sport. Non per le gare che furono vinte. Per le coscienze che cambiarono.
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