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Quello che ci manca
Il 9 luglio Gianluca Vialli avrebbe compiuto 62 anni. E forse il modo migliore per ricordarlo non è tornare allo scudetto della Sampdoria, alla Champions League con la Juventus o a quell'abbraccio con Roberto Mancini che è diventato una delle immagini più emozionanti dello sport italiano. Per una volta vale la pena fermarsi su un compleanno. Il suo. Il 9 luglio del 2021 Vialli compì 57 anni nel ritiro della Nazionale. Mancavano appena due giorni alla finale dell'Europeo contro l'Inghilterra. L'Italia era arrivata a un passo da qualcosa che nessuno aveva previsto tre anni prima, quando Mancini aveva iniziato a ricostruire una squadra reduce dall'umiliazione della mancata qualificazione al Mondiale. In quei giorni Vialli non era il personaggio più esposto. Non cercava il centro della scena. Era il capo delegazione, una definizione burocratica che raccontava poco o nulla di ciò che rappresentava davvero per quel gruppo. Era un consigliere, un confidente, un fratello maggiore. Uno che aveva vissuto abbastanza calcio da sapere che, prima delle finali, servono più le parole giuste che le parole forti. Nel giorno del suo compleanno prese la parola davanti agli azzurri. Non raccontò le sue partite. Non parlò della Sampdoria, della Juventus o del Chelsea. Scelse invece Theodore Roosevelt e il celebre discorso dell'"uomo nell'arena". Quello che non celebra chi giudica dagli spalti ma chi entra in campo, rischia, sbaglia, soffre e trova il coraggio di riprovarci. Non era difficile capire perché quelle parole gli fossero così care. A quel punto della sua vita Vialli aveva già imparato che il vero avversario non sempre indossa una maglia diversa dalla tua. Da anni conviveva con una malattia che aveva deciso di raccontare senza retorica. Non amava la parola "guerriero". Diffidava delle metafore eroiche. Preferiva la sincerità. "Spero che mio padre sia orgoglioso dell'uomo che sono diventato più che del calciatore che sono stato. "È una frase che, riletta oggi, sembra spiegare molto del suo lascito. Perché Vialli era stato un campione straordinario, ma negli ultimi anni era riuscito in qualcosa di ancora più raro: diventare un riferimento morale senza mai atteggiarsi a maestro. Chi lo ha conosciuto racconta che la sua qualità più grande non fosse il carisma, ma l'attenzione verso gli altri. Aveva successo, fascino, denaro, notorietà. Eppure riusciva a mettere chiunque a proprio agio. Forse era questo il segreto della sua amicizia con Roberto Mancini, durata una vita intera. Una complicità nata sui campi della Sampdoria e arrivata fino a Wembley passando attraverso vittorie, delusioni, silenzi e rinascite. Quando l'Italia vinse l'Europeo, milioni di persone si emozionarono vedendo i due abbracciarsi a bordo campo. Col tempo quell'immagine è diventata quasi un monumento sentimentale. Ma il significato di quell'abbraccio si capisce meglio tornando indietro di quarantotto ore, a quel compleanno celebrato lontano dai riflettori. In fondo, la vittoria era già tutta lì: in un gruppo che ascoltava le parole di un uomo che aveva imparato a dare valore alle cose davvero importanti. C'è poi un dettaglio che racconta bene il suo carattere. Quando tornò in Nazionale nel 2019, sottoposto al tradizionale rito d'ingresso riservato ai nuovi arrivati, scelse di cantare "La canzone del sole" di Lucio Battisti. Un momento leggero, quasi stonato, accolto dalle risate dei giocatori. Vialli non aveva mai avuto paura di mostrarsi vulnerabile. Anzi, sembrava considerarla una forma di forza. Vialli aveva capito una verità che molti inseguono per una vita intera senza raggiungerla: il talento apre le porte, il carattere lascia il segno. Le vittorie riempiono gli albi d'oro, il modo in cui tratti le persone riempie la memoria di chi ti incontra. Per questo oggi manca in un modo diverso da tanti altri campioni. Non manca il centravanti che segnava. Non manca il capitano che alzava le coppe. Non manca il dirigente che accompagnava la Nazionale. Manca l'uomo che riusciva a rendere più leggero ciò che era pesante. Quello che sapeva trovare le parole giuste senza alzare la voce. Quello che, perfino nei momenti più difficili, non rinunciava all'ironia, all'eleganza, all'attenzione per gli altri. Manca la persona. Ed è probabilmente il complimento più grande che possa ricevere un campione.
Credits foto: figc.it
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