Nell'ottobre 2013, tre anni prima della legge nazionale, la Federazione Italiana Hockey scelse di tesserare come italiani i ragazzi nati in Italia, a prescindere dalla cittadinanza. Una proposta nata all'interno del Settore Agonistico Nazionale di una piccola federazione che ha anticipato un dibattito che oggi, oltre dieci anni dopo, è ancora aperto.
Nel 2016 l'Italia ha approvato la legge sullo ius soli sportivo: la possibilità, per i minori stranieri residenti regolarmente nel nostro Paese almeno dal decimo anno d'età, di essere tesserati dalle federazioni sportive con le stesse procedure previste per i cittadini italiani. Se ne parlò molto, all'epoca, come di una piccola rivoluzione. Quello che si ricorda meno è che alcune federazioni l'avevano già fatto da sole, per scelta, anni prima che diventasse un obbligo di legge.
La Federazione Italiana Hockey è stata una di queste.
E io c'ero, da responsabile del Settore Agonistico Nazionale, quando la proposta, da me redatta, arrivò al consiglio federale, presieduto da Luca Dimauro, con Fabio Pagliara nel ruolo di segretario generale.
Insieme, alleati a favore di una proposta che ci pareva semplicemente giusta.
Un ostacolo nato dal regolamento, non dall'ideologia
La proposta nacque da un problema molto concreto, non da un principio astratto calato dall'alto. Nella massima serie di hockey su prato vigeva una regola che limitava a tre il numero di giocatori stranieri schierabili contemporaneamente in campo, comunitari ed extracomunitari senza distinzione. Una norma pensata per tutelare i vivai e far crescere il movimento. Che però, nella pratica, finiva per colpire anche ragazzi nati e cresciuti in Italia, magari tesserati con noi dall'età di sei o sette anni, semplicemente perché lo Stato non li riconosceva ancora come cittadini prima della maggiore età.
Era il 2013, gli stessi mesi in cui il ministro per l'Integrazione del governo Letta, Cécile Kyenge, portava il tema della cittadinanza al centro del dibattito pubblico. La politica, però, si muove per sua natura con tempi lunghi. Lo sport, quando vuole, può permettersi di essere più rapido: bastò una delibera del consiglio federale per stabilire che, al momento del primo tesseramento, gli atleti nati in Italia da genitori stranieri avrebbero acquisito lo status di atleti italiani a tutti gli effetti sportivi — aggirando così, di fatto, il limite pensato per gli stranieri.
Portare quella proposta al consiglio federale, da responsabile del Settore Agonistico Nazionale, significava chiedere a una federazione di assumersi una responsabilità che la politica, in quel momento, non era ancora pronta ad assumersi a livello nazionale. Il consiglio l'accolse. E l'hockey su prato italiano, disciplina di nicchia se paragonata ai grandi numeri del calcio, si trovò ad anticipare di tre anni un principio che sarebbe diventato legge dello Stato solo nel 2016 — e che, va detto, resta tuttora limitato al solo tesseramento, senza aprire l'accesso alle selezioni nazionali.
Perché lo sport, a volte, può muoversi prima
Non è un caso che a muoversi per prime, in quegli anni, siano state proprio alcune federazioni e non altre: hockey prato, atletica leggera, pugilato. Sono mondi dove il numero di tesserati stranieri nati in Italia, semplicemente, si vede: sono i compagni di squadra, i ragazzi che si allenano fianco a fianco agli altri tre volte a settimana, che condividono spogliatoio, trasferte, vittorie e sconfitte. In quel contesto, la domanda "perché non può giocare per la nostra Nazionale giovanile chi gioca con noi da quando aveva otto anni?" non è un tema ideologico. È una domanda pratica, che nasce dal campo.
Lo sport, in questo senso, ha una caratteristica che raramente gli viene riconosciuta: essendo un'esperienza fatta di corpi che condividono lo stesso spazio e lo stesso tempo — un campo, un orario di allenamento, una stagione — rende visibile un'appartenenza che altrove resta astratta, discussa nei talk show, rinviata nei calendari parlamentari. Chi ha giocato insieme a qualcuno per anni fa fatica a considerarlo "straniero". Ed è forse per questo che alcune federazioni sportive, pur non avendone alcun obbligo, hanno scelto di formalizzare per prime ciò che sul campo era già evidente.
Un dibattito ancora aperto
Oggi, più di dieci anni dopo quella delibera, lo ius soli — quello sportivo e quello, ben più ampio e complesso, della cittadinanza — resta uno dei temi più discussi e irrisolti del dibattito pubblico italiano.
La legge del 2016 ha lasciato peraltro fuori diversi temi: chi arriva dopo i dieci anni d'età, il legame ancora rigido tra Nazionali maggiori e cittadinanza, le procedure che restano complicate per tanti giovani atleti.
Ma resta, credo, una lezione molto utile: quando la politica fatica a muoversi, lo sport — con la sua concretezza fatta di squadre, spogliatoi e appuntamenti fissi — può permettersi di arrivare prima. Non perché sia meno complesso del resto della società.
Ma perché l'inclusione, in un campo da gioco, spesso non è una scelta da dibattere: è già successa, molto prima che qualcuno la mettesse ai voti.