Il 27 luglio 2012 Londra inaugurò i Giochi olimpici con una cerimonia destinata a entrare nella storia. Non perché fosse la più grande, la più costosa o la più spettacolare. Al contrario. Dopo l'imponenza quasi irreale di Pechino 2008, molti si chiedevano come il Regno Unito potesse reggere il confronto. La risposta arrivò in una forma completamente diversa: invece di stupire il mondo con la grandiosità, Londra decise di raccontarsi. E cambiò per sempre il modo di immaginare una cerimonia olimpica.

L'artefice di quella rivoluzione fu il regista premio Oscar Danny Boyle, che trasformò lo Stadio Olimpico in un gigantesco racconto della cultura britannica. Lo spettacolo, intitolato Isles of Wonder, attraversava la campagna inglese, la rivoluzione industriale, il servizio sanitario nazionale, la letteratura per ragazzi, il pop, il rock e la televisione. Non era una celebrazione della potenza di un Paese. Era una dichiarazione d'identità.

Il momento che tutti ricordano arrivò però prima ancora che la cerimonia entrasse nel vivo.

Sul maxischermo comparve James Bond. A interpretarlo era Daniel Craig. L'agente 007 attraversava i corridoi di Buckingham Palace per accompagnare la sovrana allo stadio. Poi la scena si spostava a bordo di un elicottero sopra Londra. Pochi istanti dopo, davanti a centinaia di milioni di telespettatori, una controfigura della Regina sembrava lanciarsi con il paracadute verso l'Olympic Stadium. Quando le telecamere tornarono sul palco reale, Queen Elizabeth II era seduta al suo posto, impassibile come sempre. Il mondo scoppiò a ridere e ad applaudire.

Fu un colpo di genio. La monarchia più famosa del pianeta accettava di prendersi bonariamente in giro davanti al mondo intero. Anni dopo si sarebbe scoperto che la stessa Elisabetta II aveva partecipato con entusiasmo al progetto, contribuendo persino ad alcuni dettagli della scena e pronunciando personalmente la celebre battuta: "Good evening, Mr. Bond".

Se la Regina rappresentò l'eleganza dell'autoironia britannica, poco dopo toccò a Mr. Bean incarnarne l'assurdità. Seduto tra i musicisti della London Symphony Orchestra, il personaggio creato da Rowan Atkinson trasformò la colonna sonora di Momenti di gloria in uno sketch irresistibile. Bastò una singola nota suonata ossessivamente per creare uno dei momenti più condivisi e ricordati dell'intera serata.

Eppure il vero lascito di Londra 2012 non furono James Bond, Mr. Bean o la parata di stelle della musica britannica. Fu l'idea che un'Olimpiade potesse raccontare una storia invece di limitarsi a mostrare la propria forza. Pechino aveva impressionato il mondo con la perfezione. Londra conquistò il pubblico con la personalità.

Quella notte venne seguita da circa 900 milioni di persone nel mondo e ricevette elogi quasi unanimi. Molti osservatori la definirono una "lettera d'amore alla Gran Bretagna", capace di mescolare orgoglio nazionale, cultura popolare e senso dell'umorismo senza scadere nell'autocompiacimento.

A distanza di quattordici anni, non ricordiamo chi vinse la prima medaglia di quei Giochi. Ricordiamo una Regina che salta da un elicottero con James Bond, Mr. Bean che rovina una delle colonne sonore più celebri della storia del cinema e uno stadio trasformato nel racconto di un Paese.

È il segno delle grandi idee: resistono al tempo più dei risultati.

Londra 2012 non inaugurò soltanto un'Olimpiade. Mise in scena un'identità. E da allora nessuna cerimonia d'apertura è più riuscita a essere guardata con gli stessi occhi.


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