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Merito, parola solo da talk show
C'è una parola che oggi gode di pessima salute: merito (in verità anche la parola competenza non sta troppo bene).
Appena la si pronuncia nei convegni, metà della sala applaude e l'altra metà si interroga o si preoccupa.
È diventata una parola da talk show che rimbalza inutilmente tra ideologie contrapposte. Eppure il merito, nella sua forma più semplice, non è un'opinione. È il rapporto, "quasi artigianale", tra impegno e risultato.
Lo sport questa cosa la insegna da sempre, senza bisogno di convegni, ne è da sempre una plastica dimostrazione. Un ragazzo che corre, nuota, pedala o gioca a pallavolo scopre abbastanza presto che il cronometro è difficile da convincere con le chiacchiere. Non gli importa del curriculum dei genitori, del numero dei follower o della brillantezza delle giustificazioni. Ti restituisce esattamente quello che sei riuscito a costruire, con impegno, sacrificio, passione.
Ma c'è qualcosa di ancora più interessante. Lo sport insegna che competenza e merito non sono soltanto qualità professionali: sono, prima ancora, qualità umane. Oggi le chiameremmo soft skills, con quell'inglese un po' aziendale che trasforma le virtù in competenze da catalogo. Eppure parliamo di cose molto concrete: la disciplina di allenarsi quando non ne hai voglia, la capacità di collaborare, l'umiltà di accettare una sconfitta, la pazienza di migliorare lentamente.
La competenza nasce quasi sempre così: da una lunga frequentazione dell'errore.
Dagli sbagli nascono i più grandi successi.
Chi pratica sport impara che sbagliare non è una vergogna ma una procedura. Si sbaglia, si corregge, si riprova.
Si cade e ci si rialza.
È una lezione preziosa in un tempo che pretende risultati immediati e tollera poco l'apprendistato.
Forse per questo lo sport rimane una delle poche "palestre civiche" ancora funzionanti. Non perché produca campioni, che sono rarissimi per definizione, ma perché abitua persone normalissime a riconoscere il valore della preparazione, della costanza, del sacrificio, della dedizione e del lavoro fatto bene. In altre parole, a considerare competenza e merito non come privilegi da esibire, ma come abitudini da coltivare.
Ed è una differenza non da poco.
Credits foto: Freepik
Appena la si pronuncia nei convegni, metà della sala applaude e l'altra metà si interroga o si preoccupa.
È diventata una parola da talk show che rimbalza inutilmente tra ideologie contrapposte. Eppure il merito, nella sua forma più semplice, non è un'opinione. È il rapporto, "quasi artigianale", tra impegno e risultato.
Lo sport questa cosa la insegna da sempre, senza bisogno di convegni, ne è da sempre una plastica dimostrazione. Un ragazzo che corre, nuota, pedala o gioca a pallavolo scopre abbastanza presto che il cronometro è difficile da convincere con le chiacchiere. Non gli importa del curriculum dei genitori, del numero dei follower o della brillantezza delle giustificazioni. Ti restituisce esattamente quello che sei riuscito a costruire, con impegno, sacrificio, passione.
Ma c'è qualcosa di ancora più interessante. Lo sport insegna che competenza e merito non sono soltanto qualità professionali: sono, prima ancora, qualità umane. Oggi le chiameremmo soft skills, con quell'inglese un po' aziendale che trasforma le virtù in competenze da catalogo. Eppure parliamo di cose molto concrete: la disciplina di allenarsi quando non ne hai voglia, la capacità di collaborare, l'umiltà di accettare una sconfitta, la pazienza di migliorare lentamente.
La competenza nasce quasi sempre così: da una lunga frequentazione dell'errore.
Dagli sbagli nascono i più grandi successi.
Chi pratica sport impara che sbagliare non è una vergogna ma una procedura. Si sbaglia, si corregge, si riprova.
Si cade e ci si rialza.
È una lezione preziosa in un tempo che pretende risultati immediati e tollera poco l'apprendistato.
Forse per questo lo sport rimane una delle poche "palestre civiche" ancora funzionanti. Non perché produca campioni, che sono rarissimi per definizione, ma perché abitua persone normalissime a riconoscere il valore della preparazione, della costanza, del sacrificio, della dedizione e del lavoro fatto bene. In altre parole, a considerare competenza e merito non come privilegi da esibire, ma come abitudini da coltivare.
Ed è una differenza non da poco.
Credits foto: Freepik