E alla fine, in realtà i Mondiali extralarge sono appena cominciati, capiremo che per guarire il calcio italiano non dobbiamo cercare terapie nelle partite che giocano nazionali che si sono qualificate, infliggendoci una tortura ulteriore. Nemmeno le ormai prossime elezioni del Presidente Figc sono la distrazione che ci serve. Se l'importante è partecipare, bisogna saper guardare anche altro.
E quell'altro, in questi giorni, sono i Knicks, dunque New York che ha vinto il titolo Nba. E' una storia che andrà avanti per un pezzo, ad esempio c'è la parata di domani infilata nel mezzo di parecchie distrazioni, sportive e non: dal capodanno di Trump festeggiato alla Casa Bianca con un evento MMA all'ansia del Brasile, al ritorno in campo delle squadre che, giocato il primo turno, non sono molto più in salute di noi. Il Brasile ha l'ansia, nemmeno un medico paziente come Ancelotti è riuscito a trovare il rimedio, certi pareggi e, ovvio, certe sconfitte, sono già pesanti per chiunque.
Intanto New York è talmente in brodo di giuggiole che ci viene in mente un paragone in prospettiva: nel 2030 saranno sedici anni da che l'Italia non torna ai Mondiali, un lasso di tempo non molto diverso dai 53 anni che sono passati tra l'ultimo titolo dei Knicks e questo. New York è sempre rimasta New York, ovviamente, ma si è vista passare davanti tutti: Boston, Chicago, Detroit, Filadelfia, Miami, Milwaukee, Washington solo a est, e poi, sempre in ordine alfabetico, Dallas, Denver, Houston, Oklahoma, Los Angeles, San Francisco, Portland, Seattle. Anche noi, da Berlino 2006, siamo rimasti gli stessi, abbastanza altezzosi da dimenticare i risultati non esaltanti ai Mondiali in Sudafrica e in Brasile, e abbiamo visto sfilare sulla corsia di sorpasso Svezia, Macedonia del Nord e Bosnia Erzegovina.
Ma vi ricordate i Mondiali del 2006 e pure quelli del 1982 (attenzione: erano ancora p.s., pre social)? Dicono i sociologi che i Knicks hanno fatto partecipare New York, e pure gli States, al più grande esperimento neuroscientifico della storia, che in effetti potrebbe essere etichettato come L'importante è partecipare. Il fatto è che abbiamo imparato che quello che è successo ha un nome dal 1912, codificato da Emile Durkheim come effervescenza collettiva: il fatto è che il nostro sistema nervoso ne ha voglia, e dunque bisogno. Quando milioni di cuori battono all'unisono è umanità, non semplicemente ottimizzazione. Per i playoff, e per le Finals in particolare New York si è come scongelata: si è connessa, si è sentita vera, parte di qualcosa. Tutti con una parte. Come canta Sinatra: I want to be a part of it, New York, New York. Non credo serva la traduzione.
Dicono altre valutazioni che l'Nba stava perdendo rilevanza culturale: i Knicks gliel'hanno ridata. E magari è proprio questo che dice Infantino quando ci prende in giro: manchiamo al Mondiale, ma dobbiamo essere meglio di Denver e Oklahoma. Se il paragone regge, adesso bisogna che la nazionale assomigli davvero ai Knicks. Ci serve un allenatore come Mike Brown, uno che si porta in panchina non solo le certezze ma anche i dubbi che ispirano nuove soluzioni, e un tipo come...l'agente di Jalen Brunson, il suo agente! Perchè Brunson nel 2024 ha accettato una riduzione salariale di oltre 100 milioni per dare modo al club di ingaggiare nuovi giocatori e confermarne altri, pensando che investire sulla squadra fosse meglio che investire su se stesso. E qui si arena, forse, il paragone. Possiamo colorare di azzurro i nostri palazzi, ma se non siamo capaci di fare qualche rinuncia continueremo a guardare con invidia l'effervescenza collettiva degli altri.
(Quinto articolo della serie "L'importante è partecipare" a cura di Corsolini).
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