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L'uomo che volava
Se chiedete a un ragazzo di vent'anni chi sia Carl Lewis, probabilmente la risposta arriverà dopo una ricerca sul telefono. Se lo chiedete a chi ha vissuto gli anni Ottanta davanti alla televisione, non serve alcuna ricerca. Carl Lewis era quello che sembrava non toccare terra. Il primo luglio ha compiuto 65 anni e, per chi ama lo sport, è una di quelle date che meritano una pausa. Non per nostalgia, che spesso è una scorciatoia, ma perché alcune figure aiutano a capire da dove veniamo. E Carl Lewis, nel bene e nel male, ha cambiato il modo di guardare l'atletica. I numeri li conoscono tutti. Nove ori olimpici, un argento, dieci medaglie mondiali. World Athletics e il Comitato Olimpico Internazionale li hanno scolpiti negli archivi della storia. Ma se fosse solo una questione di numeri, oggi parleremmo di lui come di tanti altri grandi campioni. Invece, quarant'anni dopo le sue imprese più celebri, il suo nome continua a evocare immagini. La prima è Los Angeles 1984. Quattro medaglie d'oro in una sola Olimpiade: 100 metri, 200 metri, salto in lungo e staffetta 4x100. L'impresa che riportò alla memoria Jesse Owens e che lo trasformò in una star planetaria. Chi era bambino allora ricorda ancora le telecronache, le fotografie sui giornali, quell'idea quasi ingenua che certi atleti fossero destinati a vincere sempre. Eppure la cosa più sorprendente di Carl Lewis non era la velocità. Era l'eleganza. Nello sport moderno siamo abituati a celebrare la potenza. Lewis era diverso. Correva forte, certo, ma dava l'impressione di fare meno fatica degli altri. Nel salto in lungo c'era qualcosa di quasi innaturale nel modo in cui rimaneva sospeso. Per questo molti della mia generazione non ricordano una misura o un tempo cronometrico. Ricordano una sensazione. La sua storia non è stata sempre semplice come viene raccontata oggi. Anzi. Non è mai stato il campione unanimemente amato che la memoria tende a costruire col passare degli anni. Aveva un carattere particolare, era sicuro di sé, a volte appariva distante. In un'epoca che adorava gli eroi sorridenti e rassicuranti, lui non faceva molto per risultare simpatico. E forse proprio per questo è invecchiato meglio di altri personaggi del suo tempo. Non interpretava una parte. Poi arrivò Seul 1988 e una delle pagine più controverse della storia olimpica. Ben Johnson tagliò il traguardo davanti a tutti nei 100 metri. Il mondo rimase a bocca aperta. Pochi giorni dopo arrivò la squalifica per doping e l'oro passò a Lewis. Quella vicenda segnò un'intera generazione di appassionati e contribuì a cambiare il rapporto tra pubblico e sport di alto livello. A distanza di anni, però, non è quel risultato a definire la sua eredità. Forse il segreto di Carl Lewis è stato un altro. È riuscito a essere dominante senza sembrare invincibile. Dietro l'immagine del fenomeno c'era un ragazzo cresciuto in una famiglia che vedeva nello sport uno strumento educativo prima ancora che agonistico. Suo padre Bill e sua madre Evelyn gestivano un club di atletica nel New Jersey e gli insegnarono una lezione semplice: il talento conta, ma il lavoro conta di più. È un aspetto della sua vita ricordato sia da World Athletics sia dalla Hall of Fame olimpica statunitense. Oggi Lewis allena alla University of Houston. I riflettori non sono più quelli di una volta e probabilmente a lui va bene così. I campioni hanno modi diversi di attraversare il tempo. Alcuni restano legati a una singola impresa, altri a un record. Carl Lewis appartiene a una categoria più rara: quella degli atleti che diventano un'immagine. Per chi lo ha visto gareggiare, sarà sempre quel ragazzo altissimo che prende la rincorsa, stacca da terra e per un istante dà l'impressione di restare sospeso più del consentito. Lo sport, in fondo, serve anche a questo: a regalarci momenti che la ragione non riesce a spiegare fino in fondo. E Carl Lewis, quando era nel suo momento migliore, riusciva a far sembrare possibile perfino l'impossibile.