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Lo sport, il più antico social network
Non sono stati scritti con l'intelligenza artificiale i programmi per le elezioni come Presidente Figc di Abete e Malagò; ci aspettiamo una presenza ben più massiccia della stessa intelligenza artificiale, dopo i test ai Mondiali, in occasione dei Giochi di Los Angeles tra due anni. Non saremo molto lontani dalla Silicon Valley, saremo in una città che ha già una robusta tradizione sportiva e ospiterà le Olimpiadi per la terza volta forse pensionando i giudici: nella scherma, nella ginnastica, nei tuffi, dove il giudizio pesa sempre molto sui risultati. Ma già oggi non c'è società sportiva, o singolo operatore che non si interroghi sulla Intelligenza Artificiale. La precedente rivoluzione, quella dei social, che è ancora in corsa, è stata da subito e in fretta una sconfitta dello sport, che si è arreso alla nuova moda senza interrogarsi su questa sua resa. Va bene avere un sito, va bene avere un profilo o tanti profili social, ma abbiamo difeso i valori dello sport? O anche solo della nostra società? Noi eravamo i poster nelle camerette di ragazze e ragazzi e abbiamo lasciato spazio a influencer non allenatori a rispettare i valori dello sport: non è nemmeno il peccato più grave. La colpa vera è non aver capito una cosa fondamentale: Facebook è nato nel 2004, gli smartphone sono arrivati nel 2007, l'effetto combinato ha cominciato a manifestarsi diciamo nel 2010; lo sport è nato, se vogliamo limitarci alle Olimpiadi, è nel 1896. Avevamo il diritto, e ancor più il dovere di rivendicare una verità: lo sport è il più antico e collaudato dei social network, tra l'altro proprio perché basati su un principio di verità. C'è chi vince, c'è chi perde, chi imbroglia è fuori, non straccia il libro delle regole. Avremmo dovuto noi, soggetto sociale, prendere le tecniche dei social, moderne, efficaci, basta pensare al magico e invadente potere delle chat, invece abbiamo ceduto ogni titolarità con i tanti risultati, pessimi, che vediamo: abbandono precoce, o anche scelta mai espressa; aumento della violenza, non solo verbale, e aumento, fino alle conseguenze peggiori, dell'invadenza dei genitori, senza che gli allenatori o le società riescano ad arginare il fenomeno, proprio perché le stesse società hanno smesso di comportarsi secondo codici antichi. Oggi abbiamo il safeguarding: evviva, ma dovremmo anche chiederci se ne abbiamo mai avuto bisogno prima (e ovviamente non si parla dei casi che sono stati insabbiati ma di quotidianità). Adesso arriva, è già qui, l'Intelligenza Artificiale. Technogym, che non è certo una manica di cattivoni, la usa da anni per stilare piani di allenamento, suggerendo in questo un possibile uso sportivo: vale, la AI, per gli allenamenti, per la preparazione, più che per la gara. Di sicuro, senza fare trincee, non possiamo neanche farle in una rubrica intitolata L'importante è partecipare, bisognerebbe porre dei limiti, in nome appunto del principio di verità. Intanto sta succedendo, dappertutto, una cosa. Anche abbastanza sorprendente: aumenta in modo esagerato il costo dei biglietti, eppure la gente si mette in fila per comprarli, per partecipare a un evento, che sia la finale Nba o una partita dei Mondiali di calcio, e non sfuggono alla regola nemmeno tanti eventi che per luogo comunque qualcuno definisce minori. Negli Stati Uniti hanno emesso se non una sentenza una indicazione precisa: lo sport è il contropotere rispetto all'Intelligenza Artificiale, ovvero è antitesi e rimedio (discorso che vale per tutto il mondo live). La AI e la tecnologia trasforma come viviamo, come lavoriamo, e la nostra risposta sono gli eventi, le esperienze condivise, la connessione con altri come noi. Mary Callahan Erdoes, Ceo in JP Morgan, è andata anche oltre: sono questi i motivi, l'essere una forma di resistenza all'Ai, l'essere ancora un piacere di dividere le esperienze, per cui il valore delle squadre continua a crescere (speriamo anche in Italia...). Siamo, ricordiamocelo, senza vergogna, con orgoglio, e magari pure precisione da analisti, il più antico e collaudato dei social network: abbiamo codificato noi la regola base: l'importante è partecipare. E per tale motivo queta rubrica ha, forse, un senso: ci sono ancora tante storie da intercettare.
(Settimo articolo della serie "L'importante è partecipare" a cura di Corsolini).
Credits foto: Freepik
(Settimo articolo della serie "L'importante è partecipare" a cura di Corsolini).
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