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Tutto molto bello
Durante questi mondiali mi è accaduto di pensare ad i vecchi racconti, alle vecchie telecronache. Quando non servivano urla, slogan, tormentoni o protagonismi esasperati. Bastavano Nando Martellini e Bruno Pizzul. Nando Martellini consegnò alla storia quel leggendario "Campioni del mondo! Campioni del mondo! Campioni del mondo!" che ancora oggi provoca brividi oltre a ricordi. Non era una frase costruita a tavolino: era l'esplosione autentica di un uomo che stava vivendo il momento più alto del calcio italiano. Poi arrivò Bruno Pizzul. Un'altra scuola, un altro stile. Misurato, colto, elegante. Mai sopra le righe. Mai desideroso di rubare la scena ai protagonisti in campo. La sua missione era accompagnare la partita, non diventarne l'attore principale. Rispettoso perfino delle pause e dei silenzi. Era semplicemente convinto che il telecronista dovesse aiutare lo spettatore a capire meglio ciò che vedeva, senza trasformare ogni azione in uno spettacolo nello spettacolo. E quando pronunciava quel semplice: "Tutto molto bello", non c'era bisogno di altro. Tre parole entrate nella memoria collettiva perché dette solo quando davvero il calcio regalava qualcosa di speciale. Le telecronache contemporanee sembrano invece spesso gare di volume, rincorse ai decibel. Ogni recupero diventa epico, ogni contrasto un duello omerico o da Kolossal di Nolan, ogni tiro una questione di vita o di morte. Il telecronista non accompagna più la partita: sembra volerla interpretare, sovrastare, talvolta perfino sostituire. Un calcio urlato, come la società di oggi. Lele Adani rappresenta, più di altri, questa nuova scuola comunicativa. Sicuramente competente con una grande capacità di lettura tattica, ma uno stile esagerato e urlato che divide profondamente. C'è chi lo adora e chi, invece, come me, rimpiange quella sobrietà che era il marchio di fabbrica della Rai di Martellini e Pizzul. Il problema non è l'entusiasmo, la carica. Il calcio e lo sport vive di emozioni. Il problema nasce quando l'emozione viene continuamente amplificata fino a diventare rumore, fastidio. Se ogni azione è straordinaria, alla fine nessuna lo è davvero. Pizzul insegnava il valore delle pause, del silenzio, della misura. Lasciava parlare il boato dello stadio, il rumore del pallone, il respiro della partita. Era il calcio a essere protagonista. Non è soltanto nostalgia per un calcio diverso, ma per un modo diverso di raccontarlo. Più rispettoso dello spettatore. Più elegante. Più autentico. In un'epoca in cui tutto deve essere esasperato per attirare l'attenzione, il ricordo di Bruno Pizzul e di Nando Martellini ci ricorda che l'autorevolezza, lo stile, la classe non hanno bisogno di decibel. E forse, proprio per questo, ogni volta che sentiamo riaffiorare nella memoria quel "Tutto molto bello", capiamo quanto ci manchi quella televisione che non aveva bisogno di gridare per entrare nella storia.
*Presidente SportItaliae
Credits foto: Freepik
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