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Il mondo secondo Infantino
La telefonata, in fondo, è quasi comica. Se non ci fosse da piangere ci sarebbe da ridere.Donald Trump guarda una partita del Mondiale, vede l’espulsione di Folarin Balogun, non è d’accordo e chiama Gianni Infantino.Non protesta con la televisione, non se la prende con l’arbitro. Telefona al presidente della FIFA.Trump chiede che il cartellino rosso venga riesaminato. La squalifica viene poi sospesa e Balogun può giocare la partita successiva. Infantino confermerà la telefonata, precisando che la decisione è stata presa dagli organi disciplinari indipendenti della FIFA. Non ci sono elementi per sostenere che Trump abbia ottenuto personalmente quel risultato.Ma non è questo il punto.Il punto è che Trump abbia pensato di poter fare quella telefonata.Che gli sia sembrata normale, naturale.Quasi piu' grave che gli sia sembrata una cosa normale.Perché in questi anni Gianni Infantino ha portato il presidente della FIFA in un posto nel quale forse nessuno dei suoi predecessori era arrivato con tanta naturalezza: dentro il potere, non semplicemente accanto al potere.Lo si è visto per tutto il Mondiale americano, ma era cominciato molto prima. Con Trump ha costruito un rapporto che ha superato da tempo la cortesia dovuta al presidente del Paese ospitante. Nel dicembre scorso, durante il sorteggio di Washington, la FIFA ha consegnato per la prima volta nella sua storia un “Peace Prize”. Il vincitore era Donald Trump. A premiarlo, naturalmente, Infantino, che dal palco gli disse che avrebbe potuto contare sul suo sostegno e su quello della comunità del calcio.È una scena che dice parecchio.Che, tristemente, si commenta da sola.Altro che battaglie sulla autonomia dello sport.E non perché la FIFA debba dichiarare guerra a Trump, né perché il presidente del calcio mondiale debba evitare presidenti, monarchi e governi. Sarebbe ridicolo pensarlo. Per organizzare un Mondiale servono aeroporti, sicurezza, visti, infrastrutture, miliardi e inevitabilmente politica.Ma un conto è trattare con chi governa. Un altro è sembrarne subalterni.Infantino sembra trovarsi benissimo lì. Nelle stanze dei capi di Stato, nei grandi vertici, nelle fotografie che contano. Infantino ha cercato di cambiare ( temiamo in peggio ) la FIFA.La FIFA che oggi è ricchissima, distribuisce risorse enormi alle federazioni e attraverso FIFA Forward ha riversato miliardi nello sviluppo del calcio. In molti Paesi quei finanziamenti non sono un dettaglio: significano campi, centri tecnici, attività giovanili, possibilità di esistere. È anche per questo che, mentre in Europa viene contestato duramente, in Africa continua a godere di un sostegno molto forte. All’inizio di agosto la CAF e le sue federazioni gli hanno ribadito il loro appoggio.Liquidarlo come un despota circondato soltanto da fedelissimi sarebbe quindi una visione superficiale. E soprattutto sarebbe non completamente veritiera.Il problema forse è diverso e più interessante.È aver cominciato a credere che ciò che è stato capace di costruire gli appartenga un po’.Il classico "delirio di onnipotenza".Lo scontro esploso nelle ultime settimane nasce proprio da qui. Con FIFA Forward Enterprise voleva creare una nuova struttura commerciale e aprirne una parte agli investitori privati, mettendo sul mercato una quota del gigantesco business legato alle competizioni FIFA. Il progetto avrebbe potuto raccogliere fino a 4,2 miliardi di dollari.La risposta della UEFA è stata feroce, forse proprio perché ha colpito il nervo scoperto: «Nessuno di noi è proprietario del calcio. Non spetta alla FIFA venderlo». L’Asia ha protestato perché non era stata consultata. Concacaf si è schierata contro. Alla fine il piano è stato ritirato.Normalmente una storia del genere finirebbe lì. Proposta sbagliata, marcia indietro, qualche comunicato e amici come prima.Questa volta no.Il 10 agosto UEFA, AFC e Concacaf sono tornate insieme sulla vicenda, chiedendo una revisione indipendente e mettendo apertamente in discussione il modo in cui viene governata la FIFA. La minaccia europea di boicottare le competizioni non è ancora rientrata e nelle ultime ore gli oppositori di Infantino hanno iniziato persino a discutere di un diverso modello di governo del calcio mondiale.E allora la telefonata di Trump non è più soltanto un aneddoto divertente.È una piccola finestra sul mondo costruito da Infantino.Un mondo nel quale il presidente della FIFA può consegnare un premio per la pace al presidente americano, sedere abitualmente accanto ai leader politici, muovere miliardi e immaginare di aprire ai privati una parte del patrimonio commerciale del calcio mondiale. E nel quale, alla fine, un presidente degli Stati Uniti può telefonargli anche per un cartellino rosso.Non c’è bisogno di vedere complotti ovunque. Il problema è molto più semplice.Il calcio ha sempre avuto rapporti con la politica e con il denaro. Pensare a una purezza perduta significa ricordare un calcio che probabilmente non è mai esistito o, perlomen, non esiste più.Ma dovrebbe esserci una differenza tra avere rapporti con il potere e sentirsi parte di quel potere.È su questa linea che Infantino sta giocando oggi la partita più difficile della sua presidenza. .Perché il calcio può aprire porte che la politica da sola non riesce ad aprire. Può mettere nello stesso stadio uomini che non siederebbero allo stesso tavolo. Può dare prestigio a un Paese, visibilità a un governo, consenso a chi lo governa.Infantino questo lo ha capito benissimo.La domanda, oggi, è se abbia capito altrettanto bene che quel potere non è suo.
Immagine generata con l'intelligenza artificiale
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