L’Italia ha appena vissuto una delle settimane più ricche della sua storia sportiva: 43 medaglie agli Europei delle discipline acquatiche, 22 nell’atletica, otto ai Mondiali di scherma e cinque senior nella ginnastica artistica femminile. Settantotto podi, immediatamente trasformati in un monumento alle federazioni e ai loro presidenti. Ma dietro il trionfo azzurro c’è un altro protagonista, molto meno celebrato e decisamente più concreto: lo Stato con i gruppi sportivi militari.Un po' come la vecchia Unione Sovietica.Ma seguendo un meccanismo assolutamente virtuoso. Lo sport italiano è vincente ( anche ) perché militarizzato.
Il caso dell’atletica ne è un emblema. L’Italia ha chiuso gli Europei di Birmingham davanti a tutti con 10 ori, 6 argenti, 6 bronzi, 226 punti e 45 finalisti. Un risultato tecnico enorme. Se però si scompongono le 22 medaglie attribuendo a ciascun atleta la propria quota — comprese staffette, frazionisti utilizzati nei turni precedenti e maratona a squadre — le presenze premiate diventano 33. Ventinove appartengono ai gruppi sportivi militari ( e quindi allo stato ), appena quattro a società civili. Quasi l’88 per cento del raccolto azzurro è stato conquistato da atleti stipendiati da un’amministrazione pubblica.
Gli ori producono tredici quote individuali. Tre vanno alle Fiamme Oro, con Gianmarco Tamberi, Massimo Stano e Larissa Iapichino; tre alle Fiamme Azzurre, grazie ai due successi di Nadia Battocletti e alla presenza di Lorenzo Benati nella 4x400; due all’Aeronautica, con Leonardo Fabbri e Dariya Derkach; due alle Fiamme Gialle, con Andy Díaz e Luca Sito; una ai Carabinieri con Edoardo Scotti. Restano fuori dall’apparato statale Sofia Fiorini, della Libertas Livorno, e Mohamed Soudassi, dell’Enterprise Sport & Service.
Le quote d’argento sono nove. Fiamme Oro tre, Fiamme Gialle due, Carabinieri due, Esercito una e Imperiali Atletica una. Alle medaglie individuali di Zane Weir, Sara Fantini, Francesco Fortunato, Alexandrina Mihai e Pietro Riva si aggiunge l’argento della maratona femminile a squadre conquistato da Rebecca Lonedo, Giovanna Epis, Sofiia Yaremchuk e Alessia Tuccitto, come risulta dal resoconto ufficiale della Fidal.
Tra i bronzi figurano Micol Majori e Andrea Cosi per i Carabinieri, Fausto Desalu e Andrea Dallavalle per le Fiamme Gialle, Matteo Sioli per le Fiamme Azzurre. A loro si aggiungono le atlete della 4x400 femminile: Alessandra Bonora, Anna Polinari, Alice Mangione ed Eloisa Coiro, più le frazioniste impiegate nel turno che ha portato l’Italia in finale. Il riepilogo complessivo assegna sette quote alle Fiamme Gialle, sei ai Carabinieri, sei alle Fiamme Oro, cinque alle Fiamme Azzurre, tre all’Aeronautica e due all’Esercito. ACSI, Enterprise, Imperiali e Libertas Livorno si fermano a una ciascuna.
È una contabilità diversa dal medagliere ufficiale: non trasforma le 22 medaglie in 33, ma restituisce il peso di ogni atleta che ha contribuito a conquistarle. Ed è una contabilità "laica" molto meno "politically correct" rispetto alla propaganda e al main stream che tendono a  presentare Birmingham come il prodotto esclusivo della gestione federale.
Nella scherma il quadro è ancora più netto. L’Italia ha vinto il medagliere dei Mondiali di Hong Kong con quattro ori e quattro argenti. I tredici atleti saliti sul podio appartengono tutti a Fiamme Oro, Fiamme Gialle o Carabinieri. Non uno è sostenuto esclusivamente dal circuito civile. Il successo celebrato dalla Federazione italiana scherma è stato materialmente conquistato da dipendenti pubblici, come si ricava dall’elenco ufficiale dei medagliati.
Nelle discipline acquatiche sono inseriti nei corpi sportivi 30 dei 37 atleti medagliati. La stessa delegazione pubblicata dalla FIN riporta accanto a ogni nome sia il gruppo statale sia la società civile. Nel nuoto artistico l’intera formazione salita sul podio è sostenuta da Marina Militare o Fiamme Oro; nei tuffi lo sono sei medagliati su sette, nel fondo tutti e cinque, nel nuoto in vasca otto su dodici. Le eccezioni comprendono campioni come Simona Quadarella, Nicolò Martinenghi e Benedetta Pilato, ma non rovesciano il rapporto.
Nella ginnastica, anche per la giovane età delle protagoniste, l’incidenza è inferiore: Manila Esposito ed Elisa Iorio sono agenti delle Fiamme Oro, mentre Giulia Perotti, July Marano e Anthea Sisio appartengono a società civili. Le quattro medaglie junior conquistate a Zagabria non entrano nel calcolo, perché parlare di collocazione professionale per atlete minorenni sarebbe privo di senso.
C’è poi la fondamentale questione della nazionalità, degli "atleti di seconda generazione", spesso usata per spostare la discussione sul terreno più facile. Tutti i medagliati sono cittadini italiani. La larghissima maggioranza è nata in Italia; tra gli atleti considerati, sei sono nati all’estero: Weir in Sudafrica, Derkach e Yaremchuk in Ucraina, Díaz a Cuba, Mihai in Moldavia, Soudassi in Marocco.
Il luogo di nascita, però, non coincide con il luogo di formazione. Derkach vive in Campania dall’età di nove anni, Mihai è arrivata in Veneto da bambina, Soudassi è cresciuto ad Avola ed è stato formato dalla SiracusAtletica e dal tecnico Pasquale Aparo. Weir, Díaz, Yaremchuk  hanno invece svolto all’estero una parte più consistente del proprio percorso. Sono tutti italiani; non tutti sono stati costruiti dal sistema italiano nella stessa misura.
Ed è proprio la formazione l’altra parte rimossa dal racconto. I gruppi sportivi garantiscono stipendio, strutture, tutela sanitaria e la possibilità di allenarsi a tempo pieno, ma normalmente intervengono quando il talento è già emerso. Prima ci sono le famiglie e le società civili. Le Asd vero cuore pulsante e mai sufficientemente supportato dello Sport Italiano.Il vero motore dei trionfi azzurri.Matteo Sioli è cresciuto nell’Euroatletica 2002 prima di entrare nelle Fiamme Azzurre; Alessandra Bonora nella Bracco Atletica prima delle Fiamme Gialle; Soudassi nelle società siciliane. Nel nuoto, dietro le sigle dei corpi statali, continuano a lavorare Aniene, Imolanuoto, Rari Nantes, Team Veneto, Aurelia, Savona e decine di club che trovano gli atleti e ne sostengono la crescita quotidiana.
La filiera è semplice: le società scoprono e formano, i corpi dello Stato rendono possibile la carriera professionistica, le federazioni selezionano e organizzano la nazionale. Quando arrivano le medaglie, però, i primi due passaggi scompaiono e rimane soltanto l’ultimo.
Le federazioni hanno meriti tecnici reali che vanno non solo riconosciuti, ma lodati e difesi. La profondità dell’atletica, la capacità del nuoto di vincere in settori differenti e i tre titoli mondiali a squadre della scherma non nascono senza programmazione, staff e competenze. Ma queste strutture non lavorano con risorse proprie. Nel 2026 Sport e Salute ha assegnato 18.620.135 euro alla FIN, 14.929.774 alla Fidal, 10.150.658 alla scherma e 10.096.254 alla ginnastica: complessivamente 53.796.821 euro di contributi ordinari pubblici, secondo l’allocazione ufficiale.
A questa cifra deve essere aggiunto il costo degli stipendi, degli impianti e del personale dei gruppi sportivi, distribuito tra ministeri e amministrazioni e non ricostruibile in un unico conto pubblico. Le medaglie vengono conteggiate una per una; il prezzo complessivo del sistema che le produce rimane invece disperso.
Il successo è autentico. La sua appropriazione molto meno. Le federazioni coordinano il raccolto, ma a seminare sono soprattutto le società di base e a mantenerlo è lo Stato. Il resto è comunicazione istituzionale.

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