Non è una provocazione. O, almeno, non vuole esserlo.
Le prossime Olimpiadi di Los Angeles 2028 si annunciano come un'edizione dai prezzi dei biglietti altissimi. È vero: esistono ancora tagliandi a 28 dollari e l'organizzazione ha previsto una quota di biglietti a prezzi "calmierati". Ma nella maggior parte dei casi parliamo di prezzi che possono arrivare a migliaia di dollari per gli eventi più richiesti.
Chi potrà permettersi di esserci?
Ma il problema non riguarda, ormai, soltanto chi vuole vedere "dal vivo" un grande evento o addirittura un' Olimpiade.
Riguarda anche chi vuole semplicemente guardare lo sport in tv.
La Serie A è ormai un prodotto televisivo e digitale sempre più sofisticato, ma anche sempre più difficile da seguire per chi vuole avere una visione completa del campionato. Le offerte cambiano, si moltiplicano, si sovrappongono. E il costo dell'abbonamento, naturalmente, pesa. Oggi il listino DAZN, per esempio, arriva a 46,99 euro al mese per il piano Full, anche se promozioni e formule annuali modificano sensibilmente il prezzo effettivo.
Il punto, però, non è stabilire se 40 o 50 euro al mese siano tanti o pochi.
Il punto è un altro.
Quanto deve costare il diritto di essere spettatore?
Perché lo sport professionistico è certamente un'industria. E come ogni industria deve produrre ricavi, remunerare gli atleti, finanziare le competizioni, sostenere impianti, tecnologie, organizzazione e comunicazione.
Il mercato ha una sua logica.
Il business è business.
Se c'è domanda, il prezzo sale.
Se un evento è unico, mondiale, irripetibile, il prezzo può salire ancora.
Tutto vero.
Ma lo sport ha una caratteristica che lo rende diverso da molti altri prodotti: non vende soltanto un servizio. Costruisce appartenenza, identità, educazione, comunità.
E allora non possiamo applicare allo sport soltanto le regole del mercato.
Perché se una famiglia deve scegliere tra una piattaforma televisiva, il biglietto per una partita, l'iscrizione sportiva di un figlio e tutte le altre spese della vita quotidiana, prima o poi quella scelta arriva.
E se lo sport diventa troppo costoso, qualcuno rimane fuori.
Il rischio è creare una frattura: da una parte chi può permettersi di acquistare l'esperienza sportiva, dall'altra chi deve accontentarsi di qualche immagine, qualche highlight, qualche contenuto gratuito sui social.
Non è una questione nostalgica. È una questione di modello.
Perché un movimento sportivo che vuole crescere ha bisogno di spettatori, ma soprattutto ha bisogno di giovani che possano identificarsi nei suoi campioni.
E qui arriva una parola che forse utilizziamo ancora troppo poco: accessibilità.
Non significa necessariamente imporre prezzi amministrati o bloccare il mercato.
Significa chiedersi se debbano esistere, per i grandi eventi sportivi, quote di biglietti realmente accessibili. Significa difendere una presenza significativa dello sport sulle televisioni in chiaro. Significa immaginare formule dedicate alle famiglie, ai giovani, alle scuole. Significa evitare che la trasformazione digitale si traduca semplicemente in una moltiplicazione degli abbonamenti.
Perché il rischio, altrimenti, è il paradosso che si sta creando: mai abbiamo avuto tanto sport disponibile e mai è stato così complicato accedervi.
Il tennis sta mostrando una strada diversa ed interessante.
La crescita di SuperTennis, la presenza del tennis in chiaro e la battaglia per rendere sempre più accessibili i grandi appuntamenti rappresentano un segnale importante. Non significa rinunciare ai diritti televisivi, né al valore economico del prodotto. Significa riconoscere che una parte dello spettacolo deve rimanere dentro uno spazio collettivo.
È una battaglia culturale prima ancora che televisiva.
Dovremmo chiederci se sia davvero inevitabile che per seguire tutto lo sport di vertice servano sempre più piattaforme, sempre più abbonamenti, sempre più soldi.
Il mercato va lasciato libero? Sì.
Lo sport può permettersi di non avere regole? No.
La risposta, probabilmente e come sempre nella vita, sta nel mezzo.
Non nella demonizzazione dei broadcaster. Non nella nostalgia della televisione gratuita. Non nell'idea che tutto debba essere gratis.
Ma nella costruzione di un equilibrio.
Da una parte il diritto dello sport professionistico di valorizzare economicamente i propri contenuti.
Dall'altra il diritto dei cittadini a non essere progressivamente esclusi dalla possibilità di vivere e seguire lo sport.
Perché alla fine c'è una cosa che rischiamo di dimenticare.
Lo sport nasce popolare.
Ed è questa, forse, la vera partita che dobbiamo cominciare a giocare.
Perché uno sport che diventa economicamente inaccessibile rischia, nel lungo periodo, di diventare anche socialmente meno popolare.
E sarebbe una sconfitta molto più grave di qualsiasi risultato sul campo.