Da Andy Díaz a Larissa Iapichino, da Sara Curtis a Mohamed Soudassi e Dariya Derkach: i recenti successi dello sport azzurro raccontano un’Italia molto più avanti della sua politica.

Che cosa accomuna Andy Díaz, Larissa Iapichino, Sara Curtis, Mohamed Soudassi e Dariya Derkach?

Non soltanto le medaglie conquistate, i record stabiliti o la maglia azzurra indossata nelle grandi competizioni internazionali. Li accomuna una cosa molto più semplice e, al tempo stesso, molto più importante: sono italiani.

Italiani senza aggettivi, senza riserve e senza note a margine.

Eppure c’è ancora chi si ostina a considerarli italiani solo a metà. Chi continua a misurare l’appartenenza nazionale sulla base del luogo di nascita, dell’origine dei genitori, del colore della pelle, dei tratti somatici, del suono di un cognome o della religione professata.

Sono ragionamenti beceri, culturalmente arretrati e profondamente estranei all’Italia reale.

Andy Díaz è nato a Cuba. Dariya Derkach in Ucraina. Larissa Iapichino è figlia di Fiona May, nata nel Regno Unito da una famiglia di origine giamaicana. Sara Curtis ha una madre di origine nigeriana. Mohamed Soudassi porta nel suo nome una storia familiare che affonda le proprie radici nel Mediterraneo. Nadia Battocletti è figlia di un padre italiano e di una madre marocchina.

Ma quando gareggiano non rappresentano una provenienza. Rappresentano l’Italia.

Lo fanno con il talento, con il sacrificio quotidiano, con gli allenamenti, con le sconfitte superate e con la responsabilità di indossare la stessa maglia. Sono l’immagine di un Paese che è già cambiato, anche se una parte della politica continua ostinatamente a non volerlo vedere.

Ai recenti Europei di atletica di Birmingham l’Italia ha celebrato, tra gli altri, gli ori di Díaz nel salto triplo, Derkach nel triplo, Iapichino nel lungo e la doppietta di Nadia Battocletti nei 5.000 e nei 10.000 metri.  Il medagliere azzurro racconta di⁠ una nazionale vincente, plurale e perfettamente rappresentativa della società italiana.

Battocletti, dopo le sue vittorie, ha rivolto al pubblico il gesto del ramadan, rendendo omaggio alla fede musulmana trasmessale dalla madre. Non è stata un’ostentazione estranea alla sua italianità: è stata l’espressione libera e autentica di una cittadina italiana. Perché essere italiani non significa rinunciare alle proprie radici, ma farle convivere dentro una comunità nazionale capace di riconoscersi in valori condivisi.

La pluralità non indebolisce l’identità italiana. La rende più vera.

Certi “virtuosismi” politici di pseudo “patrioti” dovrebbero generare in tutto il movimento sportivo italiano sdegno e interventi reali.

Dal tesseramento alla cittadinanza

Sul piano giuridico occorre, tuttavia, fare chiarezza. Un primo “ius soli sportivo” esiste già: la legge 20 gennaio 2016, n. 12 ha consentito ai minori stranieri regolarmente residenti in Italia almeno dal compimento del decimo anno di età di essere tesserati presso le federazioni sportive con le stesse procedure previste per i cittadini italiani.

Quella legge ha eliminato una discriminazione evidente, ma non ha attribuito la cittadinanza. Ha riconosciuto il diritto di giocare e gareggiare, non ancora quello di essere pienamente riconosciuti come membri della comunità nazionale.

Oggi bisogna compiere il passo successivo.

Nella XIX legislatura risultano depositate diverse proposte di modifica della legge n. 91 del 1992 sulla cittadinanza, tra cui i disegni di legge del Senato n. 20, n. 70 e n. 1263 e l’Atto Camera n. 2124. Sono testi differenti per requisiti e impostazione, ai quali si affiancano le proposte fondate sullo ius scholae o ius culturae. Il problema non è dunque la mancanza di strumenti parlamentari: è la mancanza della volontà politica di esaminarli e arrivare a una sintesi.

Serve una legge che riconosca, attraverso la nascita, la crescita, la scuola, la formazione e la partecipazione sportiva, l’appartenenza effettiva di migliaia di ragazze e ragazzi che sono italiani nella vita quotidiana ma non ancora per l’ordinamento.

Lo sport può rappresentare uno dei criteri attraverso i quali riconoscere un percorso di integrazione reale. Ma non deve diventare una cittadinanza concessa soltanto a chi vince. Un ragazzo non deve conquistare una medaglia per meritare gli stessi diritti dei propri compagni di scuola e di squadra. Il talento sportivo rende visibile il paradosso, ma il diritto deve valere anche per chi arriva ultimo, per chi resta in panchina e per chi pratica sport soltanto per stare insieme agli altri.

L’articolo 33 non può restare una dichiarazione estetica

Nel 2023 il Parlamento ha inserito nell’articolo 33 della Costituzione un principio solenne: «La Repubblica riconosce il valore educativo, sociale e di promozione del benessere psicofisico dell’attività sportiva in tutte le sue forme». La modifica è stata approvata all’unanimità con la legge costituzionale 1:2023⁠.

Quelle parole impegnano la Repubblica.

Se lo sport possiede davvero un valore educativo e sociale, allora deve educare anche all’uguaglianza, all’inclusione e al riconoscimento reciproco. Non può essere utilizzato per celebrare un atleta quando vince e poi dimenticare migliaia di giovani con storie simili quando chiedono di essere riconosciuti come cittadini.

Se il Parlamento non avrà il coraggio di dare conseguenze concrete a quel principio, la modifica dell’articolo 33 rischierà di ridursi a un inutile e vanesio esercizio estetico: una bella frase scritta nella Costituzione, priva però della capacità di cambiare la vita delle persone.

Le vittorie degli azzurri ci consegnano un messaggio chiarissimo. L’Italia migliore non chiede a una persona da dove vengano i suoi genitori, quale sia il suo credo religioso o se i suoi tratti somatici corrispondano a un’immagine antiquata della nazione.

Le chiede se vuole far parte della comunità, rispettarne le regole, condividerne le responsabilità e contribuire al suo futuro.

Andy Díaz, Larissa Iapichino, Sara Curtis, Mohamed Soudassi, Dariya Derkach e Nadia Battocletti non sono “nuovi italiani”, “italiani di seconda generazione” o “italiani a metà”.

Sono italiani. Punto. E chi dice il contrario dovrebbe solo vergognarsi della propria ignoranza.

Ora spetta alla politica dimostrare di essere all’altezza dell’Italia che loro rappresentano.