«Tutta la mia vita è stata una corsa a ostacoli». Quando Ondina Valla pronunciò queste parole, ripensava a una storia iniziata molto prima del 6 agosto 1936. Una storia fatta di piste in terra battuta, allenamenti improvvisati, pregiudizi e una determinazione fuori dal comune.
Quel giorno, allo Stadio Olimpico di Berlino, la ventenne bolognese non conquistò soltanto una medaglia d'oro. Aprì una strada.
Per comprendere la portata della sua impresa bisogna tornare all'Italia degli anni Trenta. Lo sport femminile esisteva, ma faticava a essere accettato. Molti medici sostenevano che l'attività agonistica fosse inadatta alle donne. Una parte del mondo politico e religioso guardava con diffidenza le competizioni femminili, considerate poco compatibili con il ruolo tradizionale assegnato alla donna. Ancora nel 1932 nessuna atleta italiana partecipò ai Giochi di Los Angeles. In questo contesto cresce Trebisonda Valla. Il nome le viene dato dal padre, affascinato dalla città di Trebisonda, sulle rive del Mar Nero. Il soprannome "Ondina" nasce invece per un errore giornalistico e finisce per accompagnarla per tutta la vita. È l'unica femmina dopo quattro fratelli maschi.
Corre, salta, si arrampica, gioca all'aria aperta. A Bologna trova nella Virtus un ambiente capace di valorizzarne il talento. A tredici anni è già considerata una delle migliori giovani atlete italiane. A quattordici diventa campionessa nazionale assoluta. Non si limita a una disciplina: corre, salta in alto, pratica gli ostacoli e il pentathlon. Lo sport, in quegli anni, forma atleti completi prima ancora che specialisti. Accanto a lei cresce un'altra straordinaria atleta bolognese: Claudia Testoni.
Sono amiche e rivali. Si sfidano nelle gare studentesche, nei campionati italiani, nelle grandi manifestazioni internazionali. La loro competizione contribuisce ad alzare il livello dell'atletica femminile italiana come mai era accaduto prima. Quando arrivano le Olimpiadi di Berlino, l'attenzione del mondo è concentrata soprattutto su Jesse Owens e sulla macchina propagandistica del regime nazista. Pochi osservatori immaginano che una delle storie più significative di quei Giochi porterà la firma di una ragazza italiana.
Il 5 agosto Ondina corre la semifinale degli 80 metri ostacoli in 11"6, eguagliando il record mondiale. Il giorno successivo si presenta alla finale con la consapevolezza di poter vincere.
La gara è serratissima. Quattro atlete arrivano praticamente insieme. Per stabilire il podio è necessario ricorrere al fotofinish, una tecnologia allora ancora poco diffusa. La speciale "Zielzeitkamera" certifica che la prima a tagliare il traguardo è proprio Ondina Valla. Tempo ufficiale: 11"7. L'Italia conquista la sua prima medaglia d'oro olimpica femminile.
Oggi può sembrare un traguardo inevitabile. Nel 1936 non lo era affatto.
L'impresa di Ondina modifica la percezione dello sport femminile nel Paese. La sua popolarità cresce enormemente. I giornali la celebrano, il pubblico la acclama e persino le resistenze verso l'attività agonistica delle donne iniziano lentamente ad attenuarsi. Non spariscono, ma la vittoria di Berlino dimostra che le atlete italiane possono competere e vincere ai massimi livelli internazionali.
Novant'anni dopo, il suo nome continua a occupare un posto unico nella storia dello sport italiano.
Non perché sia stata la più titolata. Non perché abbia detenuto il maggior numero di record.
Perché è stata la prima. La prima donna italiana a salire sul gradino più alto del podio olimpico.
La prima a dimostrare che quel traguardo era possibile. E ogni storia che viene dopo, in qualche modo, comincia da lì.
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