Quando Larissa Iapichino entra in pedana, capita ancora che qualcuno cerchi Fiona May.

Succede negli stadi, nelle fotografie, nei racconti degli appassionati. Succede perché alcune storie sportive non appartengono a una sola generazione. Continuano a vivere, cambiano volto, trovano una nuova rincorsa. Trent'anni fa, il 2 agosto 1996, Fiona May conquistava ad Atlanta il primo podio olimpico della sua carriera. Un argento nel salto in lungo che avrebbe segnato un passaggio importante non solo per lei, ma per l'intera atletica italiana. Per capire perché quella medaglia continui a essere attuale bisogna partire da molto lontano. Bisogna partire da Slough, cittadina inglese a ovest di Londra, dove Fiona nasce il 12 dicembre 1969 da genitori giamaicani. Cresce in Gran Bretagna, studia, si allena, gareggia con la maglia britannica e costruisce i primi passi di una carriera promettente. L'Italia, in quel momento, non fa ancora parte della sua vita.

La svolta arriva all'inizio degli anni Novanta. L'incontro con Gianni Iapichino, ex astista azzurro e tecnico di atletica, cambia molte cose. Nasce una famiglia, nasce un nuovo progetto sportivo e nasce anche un legame destinato a durare con il nostro Paese. Fiona ottiene la cittadinanza italiana nel 1994 e inizia a gareggiare con la maglia azzurra. L'impatto è immediato.

L'anno successivo conquista il titolo mondiale a Göteborg, diventando la prima italiana a vincere un oro iridato nel salto in lungo. È il segnale che qualcosa sta cambiando. In una disciplina tradizionalmente dominata da atlete statunitensi, sovietiche e dell'Europa orientale, una donna che ha scelto l'Italia riesce a inserirsi stabilmente tra le migliori del pianeta. Atlanta arriva nel momento perfetto. Le Olimpiadi del 1996 celebrano il centenario dei Giochi moderni e rappresentano uno degli appuntamenti sportivi più seguiti del decennio. Nella finale del salto in lungo Fiona atterra a 7,02 metri. È una misura straordinaria, ottenuta in una gara di altissimo livello tecnico. Davanti a lei riesce a fare meglio soltanto la nigeriana Chioma Ajunwa. Sul podio sale anche Jackie Joyner-Kersee, una leggenda dell'atletica mondiale. Per Fiona è una medaglia d'argento. Per l'atletica italiana è molto di più.

Negli anni Novanta il volto femminile dello sport azzurro è rappresentato soprattutto da figure come Deborah Compagnoni, Manuela Di Centa o Josefa Idem. Fiona May aggiunge un tassello nuovo. Porta il salto in lungo sulle prime pagine dei giornali, avvicina nuovi appassionati all'atletica e diventa uno dei volti più popolari dello sport italiano. La sua forza non sta soltanto nei risultati.

Sta nella naturalezza con cui riesce a entrare nell'immaginario collettivo. Il sorriso contagioso, l'energia, la spontaneità nelle interviste e una capacità rara di affrontare la pressione senza perdere autenticità. Negli anni diventa una presenza familiare per il pubblico italiano, molto oltre i confini della pista.

La carriera prosegue con altri successi: un titolo mondiale indoor, un titolo europeo indoor, un secondo argento olimpico a Sydney nel 2000 e soprattutto quel salto di 7,11 metri realizzato a Budapest nel 1998. Sette metri e undici centimetri. Una misura che ancora oggi rappresenta il record italiano. I record, però, raccontano soltanto una parte della storia. L'altra parte arriva molti anni dopo. Arriva quando una bambina che ha trascorso l'infanzia tra piste, stadi e competizioni internazionali decide di seguire la stessa strada della madre.

Larissa Iapichino cresce osservando Fiona da vicino. Conosce i sacrifici, le rinunce e la disciplina che si nascondono dietro ogni medaglia. Avrebbe potuto scegliere qualsiasi sport. Sceglie proprio il salto in lungo. Una decisione che inevitabilmente porta con sé paragoni continui. Larissa, però, costruisce il proprio percorso con pazienza e personalità. Le medaglie internazionali, le grandi prestazioni e i risultati ottenuti negli ultimi anni l'hanno trasformata in una delle migliori specialiste europee. Nel 2025 è arrivata a 7,06 metri, seconda italiana di sempre, a soli cinque centimetri dal record stabilito dalla madre quasi trent'anni prima. È qui che il racconto di Fiona May assume una dimensione speciale. Molti campioni lasciano ricordi. Alcuni lasciano record. Pochissimi riescono a lasciare una storia che continua a scriversi nel presente. A trent'anni dal podio olimpico di Atlanta, Fiona May resta una delle figure più importanti dell'atletica italiana non soltanto per quello che ha vinto, ma per ciò che ha trasmesso. Ogni volta che Larissa prende la rincorsa, quel filo si tende ancora una volta tra passato e presente. E il salto iniziato ad Atlanta continua a misurare il tempo.


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