Personalissimo podio della hit parade dopo qualche giorno di Mondiali. Terza Katy Perry con il bambino norvegese, secondi Andrea Bocelli e Ejae, prima Alanis Morisette che canta l'inno canadese (in rete c'è anche il video di una partita NHL dei Buffalo Sabres: il microfono di chi deve intonare l'inno Oh Canada non funziona, e allora il pubblico, USA !!!, si mette a cantarlo al suo posto).

Ma le immagini che più mettono buonumore, in attesa della parata del 18 giugno per il titolo NBA dei Knicks, sono quelle di New York: tutti quei grattacieli colorati di arancio e blu e, sotto, folle oceaniche davanti agli schermi, persone diverse che diventano squadra e comunità. Non è un fenomeno banale, è qualcosa da cui imparare e che qui, in una serie intitolata “L'importante è partecipare”, dobbiamo riassumere anche con una contabilità spicciola: in Europa il PSG vince la Champions e nei festeggiamenti muore una persona; negli States, ed è evidente che New York è una categoria a parte, ma è sulla stessa cartina geografica, la corsa dei Knicks nei playoff ha fatto calare la criminalità di quasi l'80% durante le partite, in una città che è tanto affascinante quanto brutale.

Torniamo ai grandi schermi. C'è una lezione anche per il presidente della Federtennis Binaghi che chiede sempre la tv in chiaro per i suoi atleti. Viviamo nella sharing economy, non conta che ogni salotto possa ricevere il segnale, conta che la gente senta di partecipare a un rito collettivo. L'Auditel è una misura quantitativa, la società ha bisogno di qualità.

Torniamo a New York. Tra i tanti, per non dire tutti, felici, c'è David Hollander, professore della New York University. Da giocatore non era una stella, anzi era un motivo di disturbo: proteste, falli tecnici. Poi, il basket che lui aveva già scelto lo ha scelto a sua volta e lo ha fatto diventare una persona nuova. Capelli bianchi lunghi, un bel sorriso sempre stampato in faccia, abbigliamento non semplicemente casual: è vestito come fosse sempre pronto a una chiamata per andare a giocare al campetto, al playground.

Talmente innamorato del basket da elaborare 13 regole, tante quante quelle con cui Naismith fece nascere il gioco, che lui usa per spiegare come il basket può cambiare il mondo: “How basketball can save the world” è il titolo del suo libro, uscito anche in Italia, che in questo mondo bislacco nemmeno tutta la gente del basket di casa nostra conosce.

Una regola, forse la ciliegina sulla torta, parla della trascendenza del basket: altri sport fanno punto schiacciando dall'alto in basso, oppure orizzontalmente, il basket ti obbliga e ti permette di guardare in alto. Invece di farti sentire pollicino in mezzo a quei grattacieli ti fa saltare e volare, ogni campetto come il Madison, ogni gruppo che può diventare squadra invece di condannarsi a essere gang.

I Knicks possono salvare il mondo? Intanto hanno cominciato svelando l'anima di New York. Vediamo cosa succederà nella parata di giovedì 18, un sogno che la città ha seguito per 53anni (e noi qui ancora a dire che ci sono generazioni di ragazzi e ragazze- che pure nessuno nomina - che non hanno mai visto l'Italia ai Mondiali di calcio).



(Quarto articolo della serie "L'importante è partecipare" a cura di Corsolini).