Al Paris Saint-Germain hanno avuto un'idea rivoluzionaria: far vivere ai ragazzini quasi tutta la giornata senza telefono, salvo un'ora di grazia. Fosse successo negli anni Novanta l'avremmo chiamata "la giornata", punto e basta, nient'altro da aggiungere. Oggi ha bisogno di un nome in inglese, "digital detox", di un protocollo, di uno staff di psicologi che ne verifichi gli effetti collaterali. Segno dei tempi: quello che una volta era la normalità, adesso va reintrodotto con la delicatezza con cui si somministra un farmaco sperimentale.

Il meccanismo, comunque, è questo. I centocinquanta ragazzini dagli undici ai quindici anni che si allenano nel centro di Poissy hanno diritto al cellulare un'ora al giorno, dalle 19.30 alle 20.30, come i detenuti con l'ora d'aria, salvo che qui la colpa non l'hanno commessa loro ma la società intera. Il resto del tempo il telefono dorme in un cassetto, sorvegliato dagli adulti. In trasferta niente, manco a parlarne: si viaggia come negli anni in cui, per sapere se la squadra aveva vinto, bisognava aspettare il telegiornale.

Il preside dell'istituto, Medhi Rahoui, ha avuto l'onestà di ammettere che la misura è drastica. Applauso. Di solito chi introduce regole del genere le presenta come un dono generoso all'umanità, lui invece ha detto: sì, è dura, ma se il telefono fa male a un ragazzino normale, figuriamoci a uno che a quattordici anni deve reggere la pressione di un campo da calcio vero. Difficile dargli torto, anche se viene da chiedersi come mai serva un'accademia di calcio, e non una famiglia, per arrivare a questa conclusione elementare.

La parte che li salva dal ridicolo è che non si limitano a confiscare e basta, tanto per il gusto di punire. Al posto del telefono mettono musica, libri, giochi da tavolo, cose che fino a ieri chiamavamo "infanzia" e oggi richiedono un piano B accuratamente strutturato. E c'è anche chi misura come cambiano umore e rendimento dei ragazzi, cosa che fa molto laboratorio scientifico ma che, detto tra noi, è anche un modo elegante per dire: proviamo, e se non funziona lo ammettiamo.

Il bello è il contesto in cui arriva la notizia. In Francia il governo prova da mesi a fare la stessa cosa per legge, vietare i social ai minori di quindici anni, e la Corte Costituzionale gli ha risposto picche, troppa compressione della libertà di espressione. Macron adesso chiede di riscrivere il testo, e nel frattempo l'unica cosa che è passata è il divieto di telefono in classe, che è un po' come vietare l'ombrello quando piove già dentro casa. Nel frattempo Meta paga miliardi di dollari di risarcimenti per i danni psicologici causati proprio dai social ai ragazzini, il che dà l'idea di quanto la faccenda non sia un capriccio da educatori ansiosi.

E qui viene il punto vero, quello che a me fa più impressione: un centro sportivo privato, con centocinquanta ragazzini e uno staff dedicato, riesce a fare in due righe di regolamento quello che un intero Stato non riesce a scrivere in una legge che regga davanti a un giudice. Non perché al Psg siano più bravi del legislatore francese. Ma perché hanno un vantaggio enorme: comandano loro, ventiquattr'ore su ventiquattro, senza un genitore che protesta e senza una Costituzione da rispettare alla lettera.

Ed è anche il motivo per cui, alla fine, questa storia mi lascia più tenerezza  che ottimismo. Bello che funzioni a Poissy. Ma a Poissy c'è un collegio, uno psicologo, un cassetto chiuso a chiave e un adulto pagato apposta per farlo rispettare. A casa nostra c'è solo un genitore stanco, la sera dopo cena, che dice "basta col telefono" e si sente rispondere "aspetta, un minuto". Il Psg ha dimostrato che si può fare. Non ha dimostrato che sia facile farlo senza un collegio. E questa, temo, resta la differenza che conta davvero.

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