Anni fa, in un’epoca in cui le medaglie d’oro per l’atletica leggera italiana non erano certo un’abitudine quotidiana, ma tanto si lavorava perché poi lo diventassero, la staffetta 4x400 femminile compì un’impresa straordinaria, salendo sul gradino più alto del podio.

Era il 2 luglio 2018 e, ai Giochi del Mediterraneo di Tarragona, la staffetta 4x400 femminile italiana vinse la medaglia d’oro con un quartetto composto interamente da atlete di colore: Maria Benedicta Chigbolu, Ayomide Folorunso, Raphaela Lukudo e Libania Grenot, scatenando un forte dibattito mediatico e social sull’identità italiana.

Fu un trionfo inatteso, di quelli capaci di infiammare il cuore degli appassionati ed emozionare gli amanti dello sport.

Eppure, a far rumore sui giornali e nei salotti televisivi non fu tanto il successo, la tattica di gara o la straordinaria grinta delle quattro atlete. Al centro del dibattito mediatico finì un dettaglio diverso: il fatto che le quattro ragazze fossero tutte di “colore”.

Da una parte e dall’altra della barricata politica si levarono voci, analisi sociologiche, dichiarazioni di principio e polemiche roventi. Si parlava di seconde generazioni, di integrazione, di identità nazionale e di cosa significhi “essere italiani” nel XXI secolo.

Un cortocircuito mediatico che rischiava di offuscare la purezza di un traguardo sudato sulla pista, trasformando una vittoria sportiva in un, non richiesto, manifesto ideologico.

In mezzo a questo oceano di parole e opinioni preconfezionate, un giornalista decise di interpellare uno dei volti di punta dell’atletica italiana, Filippo Tortu.

La domanda cercava inevitabilmente di tirarlo dentro la polemica, di strappargli una presa di posizione su quel coro di discussioni identitarie.

Gli chiesero cosa ne pensasse.

La risposta di Tortu, fulminante nella sua semplicità, azzerò ogni retorica con una frase che vale più di mille editoriali:

«Non me ne ero accorto.»

In cinque parole, Filippo Tortu racchiuse l’essenza più profonda e rivoluzionaria dello sport.

Avevano vinto quattro compagne di squadra, con le quali condivideva sacrificio, passione e bandiera.

Niente di ideologico e niente di più rivoluzionario.

Ciò che unisce davvero queste generazioni di sportivi non è una categoria sociologica, ma il sacrificio quotidiano, le ore passate ad allenarsi quando nessuno guarda, la stessa identica brama di vittoria e l’orgoglio di indossare i colori della stessa bandiera.

Vincono insieme, soffrono insieme.

Forse è proprio per questo che lo sport continua a essere, molto spesso, un esempio straordinario per la società civile.

Mentre fuori dai cancelli degli impianti sportivi ci si affanna a dividere, a etichettare e a costruire steccati, la pista dimostra che il futuro è già qui, naturale e privo di sovrastrutture.

E quindi, a tutti coloro che anche oggi, in questi giorni, a distanza di quasi dieci anni, ripropongono da una parte e dall’altra — questa volta su Curtis, Derkach, Diaz e altri — il rituale divisivo del colore e delle etnie, lo sport dovrebbe rispondere ancora con quel:

«Non me ne sono accorto.»

In fondo, quando si corre per un obiettivo comune, le differenze non si combattono: semplicemente, ci si accorge che non sono mai esistite.

Immagine generata con l’intelligenza artificiale.