Ce lo chiediamo in tanti, magari canticchiando Vasco Rossi e il suo “Buoni o cattivi” mentre sui social, nelle trasmissioni, negli stadi, nel sistema sportivo in generale impazza il “cattivismo”: l’opinione urlata, la provocazione, la maleducazione istituzionale e no, la mancanza di regole e di idee, riducendo tutto a vincitori e perdenti, amici e nemici, senza più spazio per i ragionamenti e gli approfondimenti.Dove vige la legge del piu' forte. Dove cattiveria e spregiudicatezza vengono premiate.Lo sport, come tanti altri mondi, sembra prestarsi a questa deriva. La Rete amplifica quasi ontologicamente gli interventi “sopra le righe”, dettando tempi e modi di una comunicazione digitale senza filtri, senza mediazioni, fruibile a chiunque, a-morale, nella quale il tifoso, il commentatore, l’ex atleta o l’influencer, ma perfino dirigenti e governance, sembrano spesso riconoscersi dai decibel del proprio messaggio e dai conseguenti like che riescono ad attrarre.La cattiveria a tutti i costi è una forma esasperata di narcisismo, spesso mascherata da fede sportiva, appartenenza, rivalità: è puro e semplice desiderio di apparire, di far capire al mondo che si esiste, crando un meccanismo di potere.Così perfino chi la pensa diversamente diventa non solo un avversario, ma un nemico da abbattere.Con qualsiasi mezzo.La difesa del proprio fortino come unica logica.È un fenomeno ineluttabile? Forse no.Qualche segnale in controtendenza sembra esserci, proprio perché i fenomeni sociali sono spesso “ciclici” e si creano sacche sempre più rilevanti di “resistenza umana” nelle quali assumono valore la mediazione, la discussione, il confronto fra idee differenti, il rispetto dell’avversario, il valore del tempo e di una dimensione interiore che non necessiti continuamente di un palcoscenico.E forse anche essere “buoni”, nello sport, esserlo e non semplicemente sembrare di esserlo, potrebbe diventare nuovamente un valore. Basterebbe forse capire che la correttezza non è necessariamente sinonimo di debolezza, che il fair play non significa rinunciare a competere e che rispettare l’avversario non significa voler perdere.Anche nelle sfide di politica sportiva.Essere buoni può semplicemente voler dire decidere di non affrontare ogni vicenda sportiva con la lente deformante della diffidenza nei confronti dell’altro e della “dinamica amico-nemico”.Niente “buonismo”, per carità, perché gli –ismi appartengono anche semanticamente agli “ultras” di qualsiasi cosa. Non si tratta di trasformare lo sport in una gigantesca recita del politically correct, né di cancellare la passione, la rabbia, la rivalità, la voglia di vincere. Lo sport senza emozioni sarebbe semplicemente altro.Esiste però una parte consistente del mondo sportivo che ritiene bello ascoltare, discutere, dire cose interessanti senza urlarle, riconoscere il valore dell’avversario, ritenere sinonimo di intelligenza anche farsi convincere dalle buone idee altrui, avere valori e idee da spiegare senza avere la pretesa che siano condivise dagli altri.È la rivoluzione del sorriso, quella che non ha bisogno di un “vaffanculo” per tifare, competere o lottare per un mondo sportivo migliore. È quella di chi pensa che il merito, il lavoro, il rispetto e il riappropriarsi del valore inestimabile del tempo siano i grimaldelli per sconfiggere il nichilismo e il tramonto dei valori anche dentro lo sport.Metteremo minuti preziosi, tempo, buonsenso, rispetto dell’avversario nei nostri cannoni e cambieremo lo sport. O forse no. Ma almeno ci avremo provato.

Immagine creata con intelligenza artificiale.