L'episodio che ha coinvolto Maxime Mbandà a Milano qualche giorno fa non è soltanto l'ennesimo caso di razzismo. È un segnale che va affrontato. Raccontato. In coda nel traffico, durante un banale diverbio tra automobilisti, a Mbandà è stato urlato: "Tornatene al tuo Paese."

Ma il suo Paese è l'Italia. Lo è perché qui è nato. Lo è perché qui è cresciuto. Lo è perché con la maglia azzurra ha rappresentato milioni di italiani sui campi di rugby di tutto il mondo. Lo è perché suo padre, arrivato dal Congo con una borsa di studio, ha costruito nel nostro Paese una vita da medico chirurgo, mentre sua madre è campana. Lo è perché l'identità di una persona non si misura dal colore della pelle, ma dalla sua vita, dalla sua storia. Con il suo messaggio pubblico, Maxime non ha risposto con l'odio. Ha scelto la cultura, il dialogo, la dignità. Ha ricordato che essere italiani significa appartenere a una comunità di valori, non a un colore. Ed è proprio qui che lo sport deve far sentire la propria voce. Lo sport non è neutrale davanti al razzismo. Non può esserlo.

Ogni campo da gioco, ogni palestra, ogni pista, ogni piscina è il luogo in cui si impara che il compagno vale per ciò che dà alla squadra, non per il passaporto dei genitori o per il colore della sua pelle. È il luogo dove le differenze diventano ricchezza, dove il rispetto viene prima del risultato e dove la diversità rende più forti e uniti. Questa è la cultura sportiva.

È quella che ogni giorno allenatori, dirigenti, educatori e volontari trasmettono a migliaia di bambini e ragazzi. Per questo ogni insulto razzista rivolto a un atleta riguarda tutti noi.

Riguarda chi crede nello sport come strumento di educazione, inclusione e cittadinanza. Riguarda chi ogni giorno investe tempo, energie e passione per costruire comunità attraverso lo sport. Riguarda ogni ragazzo che sogna di indossare una maglia, qualsiasi sia il colore della sua pelle.

Noi di SportCity Weekly scegliamo da che parte stare. Dalla parte di Maxime Mbandà.

Dalla parte di chi costruisce ponti invece di alzare muri. Dalla parte di chi considera lo sport uno dei più potenti antidoti contro l'ignoranza, il pregiudizio e la paura. Il razzismo non appartiene allo sport. Non appartiene ai suoi valori. Non appartiene al suo futuro. E se c'è una partita che lo sport continuerà a giocare ogni giorno, dentro e fuori dai campi, è proprio questa: quella per il rispetto, per la dignità e per l'uguaglianza. Senza compromessi. Perché lo sport cambia le persone. E le persone possono cambiare il mondo.



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