C'è una parola che ricorre ogni volta che si parla di giustizia sportiva: fiducia.
È la parola più semplice, e allo stesso tempo la più difficile da conquistare. Perché la fiducia non nasce da una norma, da una commissione o da una conferenza stampa. Nasce quando chi subisce una decisione, anche sfavorevole, è convinto che quella decisione sia stata presa da un organismo libero, competente e imparziale.
Per questo le anticipazioni pubblicate in questi giorni sulla riforma della giustizia sportiva meritano attenzione. Non perché ridisegnino qualche organigramma o spostino competenze da una scrivania all'altra, ma perché riaprono una questione che accompagna lo sport italiano da decenni: chi controlla i controllori?
L'obiettivo dichiarato della riforma è condivisibile. Rendere il sistema più efficiente, più autorevole e meno esposto alle dinamiche di potere che spesso hanno caratterizzato la vita delle federazioni. Sarebbe difficile sostenere il contrario. Eppure proprio qui emerge il punto più delicato. Le indiscrezioni raccontano di una Procura Generale del CONI destinata ad assumere un ruolo più forte e più centrale. Una scelta che può rappresentare una risposta alle distorsioni del passato, alle inchieste rallentate, alle decisioni incoerenti, alle tensioni che troppe volte hanno trasformato la giustizia sportiva in un terreno di scontro politico più che di garanzia istituzionale.
La domanda che resta sul tavolo è se l'accentramento possa essere considerato di per sé una garanzia. Chi vive lo sport da anni sa che i problemi non sono mai stati soltanto organizzativi: il problema è sempre stato la percezione, ovvero la sensazione, giusta o sbagliata che fosse, che in alcuni momenti esistesse una distanza troppo ridotta tra chi governava e chi giudicava. È una critica che attraversa stagioni, presidenti e schieramenti. Per questo non può essere liquidata come una polemica contingente.
La vera sfida della riforma non sarà spostare il baricentro del sistema ma sarà dimostrare che nessun nuovo centro di potere possa diventare, domani, oggetto delle stesse critiche rivolte ieri ad altri. È qui che si gioca la credibilità dell'intero progetto.
Lo sport italiano sta vivendo una stagione straordinaria. I risultati internazionali si moltiplicano, il suo ruolo sociale viene finalmente riconosciuto anche sul piano costituzionale e milioni di persone continuano a considerarlo uno dei pochi luoghi in cui merito, sacrificio e regole dovrebbero contare più delle appartenenze. Proprio per questo la giustizia sportiva non può permettersi zone grigie. Servono regole che non siano soltanto corrette, ma percepite come tali. Servono procedure che non lascino spazio a dubbi. Servono organismi che non chiedano fiducia in virtù del proprio ruolo, ma che la conquistino attraverso il proprio operato. Quando saranno disponibili i testi definitivi sarà possibile entrare nel merito delle singole norme.
Oggi, una considerazione può già essere fatta. L'indipendenza non si misura dalla quantità di poteri concentrati in un ufficio. Si misura dalla capacità di impedire che quel potere possa essere esercitato senza controlli, senza contrappesi e senza trasparenza. La riforma della giustizia sportiva sarà un successo se riuscirà a rafforzare questa convinzione. In caso contrario cambieranno gli assetti, cambieranno i protagonisti, cambieranno le procedure. Eppure resterà irrisolta la domanda che accompagna da anni il mondo dello sport italiano: possiamo davvero fidarci di chi è chiamato a giudicare?
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