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Lo sport italiano deve avere il coraggio di cambiare
Il grande momento delle nostre discipline non può diventare un alibi. I successi dimostrano che la macchina tecnica funziona. Ora serve una nuova Costituente dello Sport.
Questa estate l’Italia dello sport sta vivendo settimane straordinarie, fatte di medaglie, finali, giovani talenti, campioni affermati e soprattutto di una continuità di risultati che non è casuale, ma frutto di un sistema che funziona. In tutte le discipline sportive l'Italia primeggia. E ne siamo orgogliosi. Numeri che arrivano dopo un’Olimpiade, quella di Parigi 2024, nella quale l’Italia aveva già conquistato 40 medaglie, 12 ori, 13 argenti e 15 bronzi, eguagliando il record assoluto di Tokyo ma migliorando il bottino di ori e argenti. Non è dunque soltanto una bella estate. È la fotografia di un sistema tecnico che funziona.
E proprio per questo va difeso. Parliamo spesso di Made in Italy riferendoci alla manifattura, alla moda, al design, all’agroalimentare. Dovremmo cominciare a considerare anche lo sport una delle grandi eccellenze che il nostro Paese è capace di esportare. Perché dietro una medaglia non c’è soltanto il talento dell’atleta. C'è una filiera perfetta e che funziona : ci sono associazioni sportive, allenatori, preparatori, tecnici, società sportive, dirigenti competenti, ricercatori, medici, fisioterapisti, famiglie, volontari. Ci sono i Gruppi Sportivi Militari, le Federazioni, il Coni. C’è una cultura della prestazione costruita nel tempo. Ci sono metodologie che vengono aggiornate, sperimentate e tramandate. E soprattutto c’è una capacità italiana di trasformare talenti diversi in una squadra competitiva.
Non è fortuna. È sistema. Ed è proprio qui che nasce una prima responsabilità: non disperdere ciò che funziona. Le eccellenze sportive italiane devono essere protette, valorizzate e messe nelle condizioni di continuare a crescere. Perché il rischio, come spesso accade nel nostro Paese, è quello di accorgerci della qualità di un sistema soltanto quando arrivano le medaglie, salvo poi dimenticarcene alla prima difficoltà.
Lo sport italiano vince. Ma lo sport italiano ha ancora moltissimi problemi. Problemi che non riguardano la qualità degli atleti e dei tecnici, ma la capacità dell'organizzazione complessiva di accompagnare il cambiamento. C'è il tema della giustizia sportiva, innanzitutto, che ha bisogno di regole più chiare e più "giuste". C’è poi il tema della governance, dei meccanismi elettorali e della rappresentanza. Un sistema sportivo che vuole essere moderno non può avere paura di interrogarsi sulla propria democrazia interna, sulla partecipazione, sulla durata degli incarichi, sulla selezione della classe dirigente e sulla capacità di rappresentare davvero le trasformazioni che stanno attraversando lo sport. E poi c’è una questione ancora più profonda: la formazione della classe dirigente.
Servono competenze. Servono dirigenti capaci di parlare il linguaggio dello sport "contemporaneo", non soltanto quello dello sport di ieri. Persone che conoscano economia, comunicazione, sostenibilità, innovazione tecnologica, welfare, inclusione, management, impiantistica e soprattutto il rapporto sempre più stretto tra sport e territorio. Questo vale ai vertici, ma vale ancora di più alla base.
C'è il tema, annoso, della Impiantistica sportiva e della necessità di un piano regolatore nazionale. È per questo che continua ad apparire necessaria una vera e propria Costituente dello Sport, che riallinei il movimento all'articolo.33 della Costituzione. Non uno slogan. Non l’ennesima commissione. Non una riforma scritta esclusivamente dagli addetti ai lavori per gli addetti ai lavori.
Una Costituente dovrebbe essere un grande momento di confronto sul futuro dello sport italiano: sulle sue regole, sulle sue responsabilità, sulla sua rappresentanza e sulla sua funzione sociale.
Perché lo sport è cambiato molto più velocemente delle sue strutture. È diventato industria, educazione, salute, cultura, turismo, inclusione, identità territoriale. È entrato stabilmente nell’economia delle città e nella qualità della vita delle persone. La vera sfida è quindi riuscire a fare una cosa apparentemente semplice e difficilissima: portare le istituzioni sportive nel futuro senza distruggere ciò che nel passato ha funzionato. È una sfida di equilibrio. Occorre "semplicemente" Difendere ciò che funziona e cambiare ciò che non funziona. Qui sta, probabilmente, il punto politico più importante.
Non dobbiamo confondere la difesa del modello tecnico italiano con la difesa di ogni sua sovrastruttura. Anzi. Se davvero crediamo nel valore del nostro sport, dobbiamo avere il coraggio di distinguere ciò che funziona da ciò che deve essere cambiato. L’area tecnica ha dimostrato di essere un patrimonio straordinario. Ora bisogna fare in modo che questa eccellenza non sia soltanto resistente, ma diventi sostenibile nel tempo. E sostenibile significa anche investire sulla base. Significa impianti, società sportive, scuola, formazione, accesso allo sport per tutti, dirigenti preparati, una governance capace di anticipare i problemi invece di inseguirli.
Lo sport italiano non deve essere rifondato perché non funziona. Deve essere riformato proprio perché funziona e ha dimostrato di poter fare ancora meglio. Le medaglie di questa estate non sono quindi il punto di arrivo, sono una straordinaria occasione politica e culturale. Ci dicono che abbiamo competenze, talenti, metodo e capacità. Adesso dobbiamo dimostrare di avere anche il coraggio di cambiare.
La vera responsabilità di chi ama lo sport credo sia un'altra: costruire le condizioni perché chi verrà dopo di noi possa vincere ancora, in un sistema più moderno, più aperto, più competente e più giusto.
Questa, più di qualsiasi medaglia, sarebbe la nostra più grande vittoria. Insieme, perché lo sport "unisce", ce la possiamo fare.
* Presidente SportItaliae
Credits foto: AI
E proprio per questo va difeso. Parliamo spesso di Made in Italy riferendoci alla manifattura, alla moda, al design, all’agroalimentare. Dovremmo cominciare a considerare anche lo sport una delle grandi eccellenze che il nostro Paese è capace di esportare. Perché dietro una medaglia non c’è soltanto il talento dell’atleta. C'è una filiera perfetta e che funziona : ci sono associazioni sportive, allenatori, preparatori, tecnici, società sportive, dirigenti competenti, ricercatori, medici, fisioterapisti, famiglie, volontari. Ci sono i Gruppi Sportivi Militari, le Federazioni, il Coni. C’è una cultura della prestazione costruita nel tempo. Ci sono metodologie che vengono aggiornate, sperimentate e tramandate. E soprattutto c’è una capacità italiana di trasformare talenti diversi in una squadra competitiva.
Non è fortuna. È sistema. Ed è proprio qui che nasce una prima responsabilità: non disperdere ciò che funziona. Le eccellenze sportive italiane devono essere protette, valorizzate e messe nelle condizioni di continuare a crescere. Perché il rischio, come spesso accade nel nostro Paese, è quello di accorgerci della qualità di un sistema soltanto quando arrivano le medaglie, salvo poi dimenticarcene alla prima difficoltà.
Lo sport italiano vince. Ma lo sport italiano ha ancora moltissimi problemi. Problemi che non riguardano la qualità degli atleti e dei tecnici, ma la capacità dell'organizzazione complessiva di accompagnare il cambiamento. C'è il tema della giustizia sportiva, innanzitutto, che ha bisogno di regole più chiare e più "giuste". C’è poi il tema della governance, dei meccanismi elettorali e della rappresentanza. Un sistema sportivo che vuole essere moderno non può avere paura di interrogarsi sulla propria democrazia interna, sulla partecipazione, sulla durata degli incarichi, sulla selezione della classe dirigente e sulla capacità di rappresentare davvero le trasformazioni che stanno attraversando lo sport. E poi c’è una questione ancora più profonda: la formazione della classe dirigente.
Servono competenze. Servono dirigenti capaci di parlare il linguaggio dello sport "contemporaneo", non soltanto quello dello sport di ieri. Persone che conoscano economia, comunicazione, sostenibilità, innovazione tecnologica, welfare, inclusione, management, impiantistica e soprattutto il rapporto sempre più stretto tra sport e territorio. Questo vale ai vertici, ma vale ancora di più alla base.
C'è il tema, annoso, della Impiantistica sportiva e della necessità di un piano regolatore nazionale. È per questo che continua ad apparire necessaria una vera e propria Costituente dello Sport, che riallinei il movimento all'articolo.33 della Costituzione. Non uno slogan. Non l’ennesima commissione. Non una riforma scritta esclusivamente dagli addetti ai lavori per gli addetti ai lavori.
Una Costituente dovrebbe essere un grande momento di confronto sul futuro dello sport italiano: sulle sue regole, sulle sue responsabilità, sulla sua rappresentanza e sulla sua funzione sociale.
Perché lo sport è cambiato molto più velocemente delle sue strutture. È diventato industria, educazione, salute, cultura, turismo, inclusione, identità territoriale. È entrato stabilmente nell’economia delle città e nella qualità della vita delle persone. La vera sfida è quindi riuscire a fare una cosa apparentemente semplice e difficilissima: portare le istituzioni sportive nel futuro senza distruggere ciò che nel passato ha funzionato. È una sfida di equilibrio. Occorre "semplicemente" Difendere ciò che funziona e cambiare ciò che non funziona. Qui sta, probabilmente, il punto politico più importante.
Non dobbiamo confondere la difesa del modello tecnico italiano con la difesa di ogni sua sovrastruttura. Anzi. Se davvero crediamo nel valore del nostro sport, dobbiamo avere il coraggio di distinguere ciò che funziona da ciò che deve essere cambiato. L’area tecnica ha dimostrato di essere un patrimonio straordinario. Ora bisogna fare in modo che questa eccellenza non sia soltanto resistente, ma diventi sostenibile nel tempo. E sostenibile significa anche investire sulla base. Significa impianti, società sportive, scuola, formazione, accesso allo sport per tutti, dirigenti preparati, una governance capace di anticipare i problemi invece di inseguirli.
Lo sport italiano non deve essere rifondato perché non funziona. Deve essere riformato proprio perché funziona e ha dimostrato di poter fare ancora meglio. Le medaglie di questa estate non sono quindi il punto di arrivo, sono una straordinaria occasione politica e culturale. Ci dicono che abbiamo competenze, talenti, metodo e capacità. Adesso dobbiamo dimostrare di avere anche il coraggio di cambiare.
La vera responsabilità di chi ama lo sport credo sia un'altra: costruire le condizioni perché chi verrà dopo di noi possa vincere ancora, in un sistema più moderno, più aperto, più competente e più giusto.
Questa, più di qualsiasi medaglia, sarebbe la nostra più grande vittoria. Insieme, perché lo sport "unisce", ce la possiamo fare.
* Presidente SportItaliae
Credits foto: AI