Roma è stata una liberazione. Parigi, invece, rischia di trasformarsi nella prova definitiva. In mezzo c’è Jannik Sinner, il numero uno del mondo, il dominatore assoluto di questa stagione, il giocatore che agli Internazionali ha riportato l’Italia sul trono cinquant’anni dopo Adriano Panatta. Resta però anche un vuoto, quello lasciato da Carlos Alcaraz, il rivale che negli ultimi anni più di chiunque altro ha costretto Sinner a spingersi oltre i propri limiti.
L’assenza dello spagnolo cambia inevitabilmente la prospettiva del Roland Garros. Sembrava soltanto una precauzione, poi è diventata attesa, infine preoccupazione. Adesso invece è realtà: Alcaraz sarà costretto a saltare anche Wimbledon dopo aver già rinunciato a gran parte della stagione sulla terra e sull’erba. “La mia guarigione sta procedendo bene e mi sento molto meglio, ma purtroppo non sono ancora pronto per gareggiare”, ha spiegato lo stesso spagnolo attraverso i propri canali social. Una notizia che inevitabilmente spalanca ancora di più la strada di Sinner verso il consolidamento del numero uno mondiale.
Eppure sarebbe riduttivo leggere tutto soltanto in termini di classifica. Perché quella tra Sinner e Alcaraz è diventata qualcosa di più di una rivalità sportiva da consumarsi in campo. È la relazione tecnica e mentale che ha definito il tennis degli ultimi anni. Tante volte, vicendevolmente, si sono costretti a trovare un livello superiore, trascinandosi dentro partite che hanno già lasciato un segno nella storia recente di questo sport. Basta ripensare alle finali di Parigi e Wimbledon dello scorso anno per capire cosa perderà il tennis senza Alcaraz sulla terra di Parigi e sull’erba di Wimbledon. E forse, conoscendo il carattere di Jannik, questa è persino una brutta notizia anche per lui.
Perché adesso il vero avversario rischia di diventare sé stesso.
Roma, sotto questo aspetto, ha raccontato parecchio. Sinner ha vinto gli Internazionali con la forza dei fuoriclasse assoluti, quelli che riescono a vincere anche senza esprimere il proprio tennis migliore per tutta la durata del torneo. L’esultanza liberatoria dopo il successo in finale con Casper Ruud raccontava meglio di qualsiasi analisi la pressione che si portava addosso. Tutta l’Italia voleva quel titolo e lui sapeva di non poter tradire le aspettative. Così ha raschiato energie dal fondo del fisico dopo un tour de force impressionante: cinque Masters 1000 consecutivi conquistati dall’inizio dell’anno, una striscia di vittorie irreale e una continuità che sul circuito ATP non si vedeva da tempo.
Proprio nella settimana romana si è intravista anche una fragilità fisica inedita. Piccoli segnali, momenti in cui il corpo sembrava chiedere tregua. E il Roland Garros, da questo punto di vista, è probabilmente il torneo più esigente del mondo. La terra rossa non perdona: allunga gli scambi, consuma le gambe, obbliga a restare dentro la partita per ore. Se il tennis si giocasse soltanto sulla qualità dei colpi, oggi nessuno avrebbe davvero gli strumenti per reggere il ritmo di Sinner. Il servizio è cresciuto in maniera devastante, la seconda in kick è diventata un’arma, la smorzata di dritto è ormai una soluzione raffinata e letale, mentre il rovescio continua a essere probabilmente il colpo più pulito del circuito.
Il problema, semmai, è tutto il resto. Il caldo, il tempo e la gestione delle energie, ma soprattutto quel dato che resta lì, quasi nascosto ma significativo: Sinner non ha mai vinto una partita oltre le tre ore e cinquanta minuti. In uno Slam giocato al meglio dei cinque set è inevitabile pensare che prima o poi possa trovarsi davanti a quella soglia e lì non basteranno più il talento o la superiorità tecnica. Serve anche altro.
Per questo Parigi assomiglia molto più a una sfida interiore che a un semplice torneo. Senza Alcaraz, senza il rivale capace di trascinarlo oltre, Sinner dovrà trovare dentro sé stesso le motivazioni e soprattutto le risorse fisiche per completare l’ultimo passo. Probabilmente ci riuscirà, perché i campioni veri hanno questa capacità quasi innaturale di alzarsi proprio quando sembrano vicini al limite, ma la sensazione che diventa in lontananza certezza è che, mai come stavolta, il suo avversario principale non sarà dall’altra parte della rete.
Sarà il corpo, sarà il tempo, sarà la capacità di resistere a sé stesso.Credits foto: coni.it