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Il coraggio del fairplay
C’è un momento, nello sport, che ha un peso diverso da tutti gli altri. Non si tratta del gol decisivo. Né del record. E neanche della coppa alzata sotto i flash. Ma è il preciso istante in cui qualcuno sceglie di fermarsi. Un corridore che aspetta un avversario caduto. Un tennista che corregge una chiamata arbitrale contro se stesso. Una squadra che rinuncia a un’azione per soccorrere un giocatore a terra. Durano pochi secondi. Eppure restano impressi più di tante vittorie. Per anni il fair play è stato raccontato come una specie di slogan educativo, quasi una parola obbligatoria nei discorsi sullo sport. Più uno slogan, purtroppo, che un valore. Oggi invece è diventato qualcosa di molto più forte: un gesto che rompe la logica feroce della competizione contemporanea. Perché lo sport moderno non concede tregua. Ogni partita è una storia. Ogni atleta è un brand. Ogni errore viene trasformato in clip, polemica, meme, insulto. Lo sport più ricco e spettacolare della storia è anche quello più nervoso, la aggressività paga. Si gioca continuamente: in campo, sui social, nei talk show, nelle guerre tra tifoserie, anche tra leoni da tastiera digitali. Dentro questo clima, il fair play colpisce perché appare quasi fuori tempo. Umano in un ambiente che spesso umano non sembra più. Nel maggio 2025 Claudio Ranieri, durante Venezia-Roma, fermò volontariamente l’azione chiedendo ai suoi giocatori di mettere il pallone fuori per permettere i soccorsi a un avversario. Un gesto semplice, istintivo, che gli è valso il premio Fair Play della Lega Serie A. La scena è interessante per un motivo preciso: nessuno si stupirebbe più del contrario. Siamo abituati alle proteste continue. Ai simulatori. Alle perdite di tempo calcolate. Alle risse costruite per accendere il dibattito online. Basta quindi un gesto normale di correttezza perché venga percepito come qualcosa di raro. Anche il tennis, sport che vive di eleganza apparente e pressione psicologica estrema, continua a produrre episodi del genere. Nel 2024 Carlos Alcaraz, durante Indian Wells, corresse una decisione arbitrale concedendo il punto all’avversario. Nessuno glielo imponeva. Nessuno avrebbe protestato se fosse rimasto zitto. È proprio lì che nasce il fair play: nel momento in cui potresti approfittarne e scegli di non farlo. Questione di stile, garbo ed educazione ai valori. Per questo certi episodi sopravvivono nella memoria collettiva molto più di intere finali. Alle Olimpiadi di Rio 2016 la neozelandese Nikki Hamblin e l’americana Abbey D’Agostino caddero durante una batteria dei 5000 metri. Invece di pensare alla gara, si aiutarono a vicenda a rialzarsi. D’Agostino corse infortunata, continuando a incoraggiare l’altra atleta. Arrivarono lontanissime dal podio, ma quella scena diventò uno dei simboli emotivi di quei Giochi. Perché il pubblico distingue ancora la differenza tra vincere e essere grandi. Nel 2025 le Nazioni Unite hanno istituito ufficialmente il “World Fair Play Day” del 19 maggio, riconoscendo il fair play come valore educativo e sociale globale. La UEFA continua invece a pubblicare classifiche ufficiali sul fair play tra federazioni europee, premiando i comportamenti virtuosi con fondi destinati a progetti sociali e giovanili. Non è solo immagine. È il tentativo delle istituzioni sportive di proteggere qualcosa che il pubblico continua a considerare essenziale: la credibilità morale dello sport. Ed è qui che emerge la grande contraddizione contemporanea. Mai come oggi lo sport parla di rispetto, inclusione, integrità. Mai come oggi è attraversato da odio online, razzismo, doping, violenza verbale, pressioni economiche e politiche gigantesche. Il fair play non riguarda più soltanto il comportamento del singolo atleta. Riguarda l’intero sistema. È fair play spremere i calendari fino agli infortuni cronici? È fair play trasformare adolescenti in macchine da contenuti globali? È fair play tollerare campagne d’odio purché generino engagement? Sono domande che lo sport moderno non riesce più a evitare. Eppure, nonostante tutto, certi campioni continuano a lasciare un’impressione diversa. Roger Federer. Paolo Maldini. Didier Drogba. Rafael Nadal. Non soltanto per le vittorie, ma per il modo in cui stavano dentro la competizione. Senza umiliare l’avversario. Senza trasformare ogni tensione in spettacolo permanente. Sempre con eleganza, anche quando arrabbiati, avrebbero distrutto tutto quello che li circondava. Il fair play oggi non emoziona perché rappresenta uno sport perfetto. Quello non è mai esistito. Emoziona perché sopravvive dentro uno sport imperfetto, esasperato, nervoso, commerciale. Ed è proprio per questo che certi gesti sembrano così potenti. Per pochi secondi ricordano che la competizione può tirare fuori il meglio delle persone, non soltanto il peggio.
Credits foto: Freepik
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