La domenica mattina, in un campetto di
periferia, c’è un’Italia che assomiglia a una fotografia degli anni Ottanta.
L’odore dell’erba umida, i termos di caffè appoggiati sulle tribune, le madri
con le felpe sulle spalle anche se ci sono venti gradi, i nonni emozionati come
commissari tecnici ai Mondiali. E poi loro: i bambini.
Corrono dietro al pallone con quella felicità
disordinata che solo il calcio infantile possiede ancora. Si muovono in branco,
tutti insieme, senza ruoli, senza schemi, senza alcun rispetto della tattica
moderna. Un piccolo caos poetico. Il pallone passa, o forse no. Qualcuno cade e
ride. Qualcun altro esulta per un gol segnato probabilmente nella porta
sbagliata.
È sport allo stato puro. È sorrisi e
felicità. Per circa dieci minuti. Poi, inevitabilmente, entrano
in scena gli adulti. Succede all’improvviso, come nei film in cui il
mostro compare sullo sfondo mentre nessuno se ne accorge ancora. Da bordo campo
un padre, con tono da stratega consumato, urla al figlio: “Dagli una
gomitata!” Una gomitata. A una partita di bambini.
Per un istante il campetto sembra trasformarsi.
Non è più una domenica mattina qualunque ma una finale sudamericana sotto
coprifuoco emotivo. Intorno partono proteste, indicazioni tattiche improbabili,
processi sommari all’arbitro che spesso ha tredici anni e una faccia
terrorizzata.
“Ma come fai a non vedere quel fallo?” “Entragli
deciso!” “Devi farti rispettare!” Farsi rispettare.
A otto anni. La cosa straordinaria è la
naturalezza con cui tutto questo viene considerato normale. Gli adulti parlano
ai bambini come se fossero professionisti stressati dalla lotta Champions, non
creature che fino a mezz’ora prima stavano litigando per una merendina al
cioccolato.
Il campetto dell’oratorio diventa così una specie
di laboratorio nazionale. Un luogo dove si insegna molto presto che nello sport
conta vincere, protestare, simulare, intimidire. Altro che fair play.
Eppure i bambini, quando riescono a sfuggire per
qualche minuto alla pedagogia isterica degli adulti, continuano semplicemente a
fare quello che vorrebbero fare da sempre: giocare.
Corrono. Ridono. Si rialzano subito dopo essere
caduti. Si passano il pallone anche dopo aver litigato. Gli unici
davvero nervosi, quasi sempre, sono quelli fuori dal campo.
A quel punto viene da chiedersi se il problema del
calcio italiano sia davvero tecnico, tattico o generazionale. Forse la crisi
nasce molto prima delle nazionali maggiori, molto prima dei dibattiti
televisivi, molto prima dei moduli.
E allora forse servirebbe una regola
semplicissima: ai bambini il pallone, agli adulti il silenzio.
In fondo aveva ragione Gianni Brera quando
scriveva che gli italiani perdono le guerre come fossero partite di calcio e le
partite di calcio come fossero guerre.
Il problema è che ormai la guerra comincia
prestissimo. A volte già alle nove del mattino, categoria Pulcini. E con
una gomitata suggerita da papà.
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