C’è un’immagine dell’Italia che continua a resistere nell’immaginario collettivo: il Sud come luogo della vita all’aperto, delle piazze piene, dei bambini che giocano per strada fino al tramonto, del clima mite che invita naturalmente al movimento. Eppure, guardando i numeri della sedentarietà giovanile, emerge un paradosso che dovrebbe far riflettere il Paese intero: oggi gli adolescenti del Sud Italia sono più sedentari dei loro coetanei del Centro e del Nord. 

È un dato che sorprende solo in apparenza. Perché il movimento non nasce semplicemente dal sole o dalla temperatura. Nasce dagli spazi, dalle opportunità, dai modelli educativi, dalla qualità urbana, dalla presenza di luoghi sicuri dove incontrarsi. Nasce da una comunità che considera lo sport un diritto quotidiano e non un lusso.

Negli ultimi anni abbiamo raccontato molto il valore dello sport come strumento di salute. Ma forse abbiamo dimenticato un aspetto fondamentale: prima ancora che attività fisica, lo sport è una forma di cittadinanza. È il modo con cui un ragazzo conquista il quartiere, il tempo libero, le relazioni sociali. Quando tutto questo manca, la sedentarietà non diventa una scelta individuale: diventa una conseguenza sociale.

In molte aree del Mezzogiorno il problema non è l’assenza di talento sportivo. Al contrario. Dal Sud arrivano campioni straordinari, energie immense, culture popolari profondamente legate al gioco e alla socialità. Il problema è che spesso manca l’ecosistema quotidiano che permetta allo sport di essere vissuto come abitudine normale.

Ci sono quartieri in cui trovare un campetto accessibile è più difficile che trovare un centro scommesse. Zone dove gli spazi pubblici vengono percepiti come insicuri, dove il traffico domina le strade e dove le famiglie, comprensibilmente, preferiscono tenere i figli in casa. In queste condizioni lo smartphone diventa il principale luogo di aggregazione e il corpo perde progressivamente centralità.

Il caso simbolo di questa emergenza è Ponticelli, nella periferia orientale di Napoli. Qui si registra uno dei più alti tassi europei di obesità e sovrappeso infantile e adolescenziale. Non è solo una questione alimentare. È soprattutto una questione urbana, culturale e sociale.

Ponticelli porta ancora addosso le cicatrici della ricostruzione post terremoto del 1980. Interi complessi abitativi sono stati realizzati nell’emergenza, con l’obiettivo legittimo e urgente di dare una casa agli sfollati. Ma troppo spesso si è costruito senza costruire davvero comunità. Case senza piazze. Palazzi senza luoghi di incontro. Quartieri senza infrastrutture sportive, culturali e aggregative adeguate. 

Quando un bambino cresce in un contesto dove il movimento spontaneo è difficile, lo sport smette di essere naturale. E senza movimento aumenta tutto il resto: isolamento, fragilità, dipendenze digitali, disagio sociale, cattiva alimentazione.

La cosa più dolorosa è che questo accade proprio in territori che avrebbero tutte le potenzialità per vivere all’aperto dodici mesi l’anno. Mentre in molte città del Nord il freddo non impedisce ai ragazzi di frequentare parchi, palestre, piscine o piste ciclabili, in alcune periferie del Sud il clima favorevole non basta a compensare l’assenza di infrastrutture sociali.

Il punto allora non è chiedersi perché i giovani del Sud facciano meno sport. La domanda vera è: quanto spazio reale abbiamo lasciato ai giovani per vivere il proprio territorio?

Lo sport non può essere affrontato soltanto come materia sanitaria o agonistica. Deve diventare una priorità urbana. Ogni quartiere dovrebbe avere playground accessibili, palestre scolastiche aperte anche nel pomeriggio, percorsi pedonali sicuri, spazi verdi vissuti, presìdi educativi e sociali capaci di usare lo sport come linguaggio di inclusione.

E soprattutto bisogna smettere di pensare che basti organizzare un evento sportivo per creare cultura del movimento. La cultura sportiva nasce dalla continuità, dalla quotidianità, dalla possibilità di scendere sotto casa e trovare uno spazio vivo.

Ponticelli, come tante altre periferie italiane, non deve essere raccontata solo attraverso i suoi problemi. Perché dentro questi quartieri esistono anche associazioni, educatori, allenatori, volontari e reti civiche che ogni giorno costruiscono alternative concrete. Lo sport sociale spesso rappresenta l’ultimo presidio educativo rimasto.

Ed è forse proprio da qui che bisogna ripartire: non dall’idea dello sport come performance, ma dallo sport come diritto urbano, relazione umana e possibilità di futuro.

Perché un adolescente che gioca, corre, si allena o semplicemente vive gli spazi della propria città, è un adolescente che sente di appartenere a una comunità. E quando una città riesce a rimettere in movimento i suoi ragazzi, in fondo, rimette in movimento sé stessa.


*Presidente dell’Osservatorio sullo Sport – Fondazione SportCity

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