Viviamo in un tempo surreale. Un tempo in cui tutto sembra pensato “su misura” per compiacere un algoritmo, per acchiappare like, ma quasi nulla sembra costruito attorno a un’idea collettiva.
Si tifa la persona, non si segue un'idea o un valore. Anche il dibattito pubblico (politico, culturale, sportivo) si è lentamente spostato dai contenuti alle persone. Non si sceglie più un progetto: si sceglie un volto. Non un’idea di futuro, ma una narrazione. Possibilmente breve, efficace, socializzabile. Maledetto storytelling.
Vale in politica, naturalmente. Ma vale anche nello sport, che della società ne è spesso metafora.
Nelle federazioni, nei movimenti, nelle elezioni interne, si parla sempre meno di visione e sempre più di equilibri, pacchetti di voti, “deleghe”, alleanze tattiche, candidati "giusti". Si cercano candidati capaci di intercettare consenso, raramente qualcuno che pensi a lungo termine, che abbia la voglia di riformare un sistema che si sta lentamente sgretolando.
E così la ricerca di consenso prende il posto del pensiero.
Talvolta è semplicemente abitudine a volte, peggio, semplice attaccamento al potere. Più spesso paura del cambiamento. "La libertà è non avere più paura" cantano i Negrita.
Nel frattempo, viviamo immersi in una società che premia gli influencer più degli meritevoli, la visibilità più della competenza, l’immediatezza più dell’approfondimento. Le passioni si consumano rapidamente, come le tendenze. Durano una stagione. I valori, invece, richiedono tempo, fatica, continuità.
Anche lo sport, nelle sue governance, soffre questa trasformazione. Da luogo educativo, valoriale e comunitario rischia di diventare solo rappresentazione, marketing, conservazione dell’esistente. Eppure avrebbe bisogno esattamente del contrario: idee nuove, riforme vere, capacità di interrogarsi senza vivere ogni critica come un’offesa personale o una minaccia agli equilibri consolidati.
Il punto è che le riforme serie difficilmente nascono da chi sta troppo comodo dentro il sistema. E allora torna inevitabilmente una domanda: chi può avere il coraggio di rompere l’immobilismo?
Sembrerebbe assurdo ma, forse, potrebbe la politica. Non nel senso peggiore del termine, quello dell’invasione della autonomia dello sport o del "commissariamento permanente", ma nel significato più alto della parola: assumersi una responsabilità collettiva. Intervenire quando un sistema non riesce più ad autoriformarsi. Non per esercitare potere, ma per restituire credibilità, regole e prospettiva.
Eppure un’altra strada esiste. Più difficile, ma forse più sana.
Che il cambiamento arrivi dal basso. Non attraverso l’uomo della provvidenza, né tramite improbabili rivoluzionari o tribuni improvvisati. Non serve un commissario, e probabilmente nemmeno un Masaniello. Servirebbe qualcosa di molto più semplice e insieme molto più rivoluzionario: una comunità che torna a partecipare.
Centinaia di migliaia di sportivi, dirigenti, tecnici, volontari, famiglie. Persone che ogni giorno tengono in piedi lo sport reale (quello dei campi periferici, delle palestre, delle società territoriali) e che raramente trovano voce nei grandi dibattiti. Basterebbe che iniziassero a farsi sentire. Liberamente. Senza mediazioni. Senza dover appartenere a una corrente, a un algoritmo. Senza essere ultras, devoti o questuanti.
Perché alla fine il problema non è soltanto chi guida i sistemi. È capire se esiste ancora una comunità disposta a chiedere qualcosa di più della semplice sopravvivenza dell’esistente.
E forse la vera riforma, prima ancora delle norme, dovrebbe riguardare proprio questo: tornare ad avere il coraggio delle idee.


*Presidente Sportitaliae

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