E se il prossimo campione olimpico lo scegliessimo prima ancora che nasca? Nello sport siamo abituati a cercare il talento. Lo cerchiamo nei campetti di periferia, nelle piscine, sulle piste di atletica. Lo misuriamo con un cronometro, lo osserviamo nei settori giovanili, proviamo a riconoscerlo prima degli altri. Qualche volta ci riusciamo. Molte altre no. Ma se un giorno, invece di cercarlo, potessimo costruirne almeno una parte? La domanda sembra provocatoria. E lo è. Ma forse meno di quanto pensiamo.

La genetica conta nella prestazione sportiva. Alcune varianti genetiche sono state associate a caratteristiche come forza, velocità e resistenza. Naturalmente non esiste il gene di Usain Bolt, né quello del maratoneta perfetto. Un campione è il risultato di migliaia di variabili: patrimonio genetico, allenamento, ambiente, alimentazione, testa, opportunità, fortuna. E poi c’è quella cosa meravigliosamente imprevedibile che nello sport chiamiamo talento. Però qualcosa sta cambiando. Tecnologie come CRISPR permettono oggi di intervenire sul DNA con una precisione impensabile fino a pochi anni fa. In medicina si stanno aprendo prospettive straordinarie. Modificare geneticamente un embrione, con alterazioni potenzialmente trasmissibili alle generazioni successive, è tutt’altra questione e resta un territorio scientificamente ed eticamente delicatissimo. Fin qui siamo nella medicina. Adesso entriamo nello stadio. Immaginiamo per un momento di essere nel 2045. Finale olimpica dei 100 metri. Otto atleti sui blocchi. Uno di loro ha caratteristiche fisiche eccezionali. Non è mai risultato positivo a un controllo antidoping. Non ha assunto sostanze proibite. Non ha fatto trasfusioni. Non ha barato. Almeno lui. Perché venticinque anni prima della finale qualcuno potrebbe aver preso una decisione al suo posto. Ed ecco che il problema cambia completamente. Il doping, per come lo abbiamo conosciuto, arriva dopo la nascita dell’atleta. C’è una sostanza, una pratica vietata, una responsabilità, un controllo. La WADA considera già il gene doping tra i metodi proibiti.

Ma che succede se l’intervento arriva prima dell’atleta? Prima della sua prima corsa. Prima del suo primo allenatore. Prima ancora della sua nascita. Immaginiamo due bambini. Stessa città, stessa pista, stesso sogno. Uno nasce con una combinazione genetica particolarmente favorevole alla prestazione. L’altro nasce dopo un intervento pensato per aumentare alcune probabilità fisiche. Nessuno dei due ha scelto nulla. Nessuno dei due ha barato. Eppure non sono partiti esattamente dallo stesso blocco. I genitori del secondo bambino non hanno comprato una medaglia. Hanno comprato una probabilità. E nello sport, dove un centesimo può separare l’oro dall’argento, anche una probabilità può diventare un vantaggio competitivo.

Poi c’è il denaro. Lo sport non è mai partito davvero alla pari. C’è chi nasce accanto a un grande impianto e chi prende due autobus per allenarsi. Chi ha nutrizionista, fisioterapista e preparatore e chi ha soltanto talento, famiglia e ostinazione. Lo sappiamo e, in qualche modo, abbiamo imparato a conviverci. Ma almeno, fino a oggi, nessuno poteva comprarsi il punto di partenza biologico. Domani potrebbe non essere più così. E allora la vera rivoluzione non sarebbe avere atleti più forti. Sarebbe trasformare una parte del talento in un servizio acquistabile. Più possibilità economiche, più possibilità biologiche. A quel punto dovremmo avere il coraggio di rimettere mano anche a una delle parole più amate dallo sport: merito. Perché premiamo giustamente un atleta per quello che riesce a diventare attraverso il lavoro, il sacrificio, la disciplina, la capacità di rialzarsi. Ma quanto di quel merito resta suo se una parte del vantaggio è stata decisa da qualcun altro quando lui non esisteva ancora? E soprattutto: come lo controlliamo? Il doping tradizionale lascia qualcosa da cercare. Una sostanza, un metabolita, un valore anomalo. Ma davanti a un patrimonio genetico modificato prima della nascita, dove finisce la natura e dove comincia l’intervento?

Potremmo arrivare al paradosso più straordinario della storia dell’antidoping: un atleta perfettamente pulito per tutta la vita e, nello stesso tempo, impossibile da considerare completamente naturale. È qui che la questione smette di riguardare soltanto la scienza.

E riguarda tutti noi. Perché lo sport è sempre stato anche una gigantesca celebrazione del limite umano. Corriamo per vedere quanto velocemente può correre un uomo. Saltiamo per vedere quanto in alto può arrivare. Nuotiamo, pedaliamo, lanciamo, solleviamo pesi per spostare un confine. E per centocinquant’anni abbiamo cercato di rendere più veloce tutto ciò che stava intorno all’atleta. Le piste. Le scarpe. Le biciclette. I costumi. I materiali. Poi sono arrivati i dati, i sensori, gli algoritmi, la biomeccanica. Abbiamo migliorato l’allenamento. Abbiamo migliorato il recupero. Abbiamo migliorato quasi tutto. Adesso potremmo cominciare a migliorare direttamente l’uomo. Ed è una differenza enorme. Perché una scarpa si può vietare. Una bicicletta si può regolamentare. Una tecnologia si può limitare. Ma un essere umano? Che facciamo? Gli diciamo che non può partecipare perché qualcuno, prima che nascesse, ha scelto qualcosa per lui? Forse è questa la domanda che lo sport dovrebbe cominciare a porsi molto prima che il problema arrivi davvero.

Non per avere paura della scienza. Sarebbe sciocco. La scienza continuerà ad avanzare e potrà migliorare, curare e salvare milioni di vite. Il punto è un altro. Dobbiamo decidere che cosa vogliamo continuare a chiamare sport. Perché forse l’ultimo atleta naturale non saprà mai di esserlo. Un giorno saliranno tutti sugli stessi blocchi, sentiranno lo stesso sparo e correranno verso lo stesso traguardo. Solo che qualcuno potrebbe essere arrivato a quella finale molto prima degli altri. Prima della pista. Prima dell’allenatore. Prima del cronometro. Prima ancora di nascere. E allora, per la prima volta, il cronometro potrebbe dirci con assoluta precisione chi ha vinto. Ma non essere più sufficiente a dirci chi è stato il migliore.

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