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Malagò ha vinto. Lo sport ha perso
Il commissariamento dovrebbe rappresentare una discontinuità riconoscibile, giustificata da ragioni precise. Se diventa il passaggio attraverso cui il potere cambia titolo senza cambiare interprete, il messaggio pubblico è devastante: le regole producono una crisi, gli equilibri trovano un accordo, il sistema continua.
Giovanni Malagò ha stravinto. Il passaggio dalla presidenza della FIGC al commissariamento affidato alla stessa persona gli consente di restare al comando e di attraversare la crisi conservando una posizione centrale. Ma la sua vittoria personale non coincide con quella dello sport italiano. E nemmeno con quella del tentativo di rinnovarlo. Il problema si misura nel lungo periodo: quale idea delle istituzioni lascia questa vicenda? Quale rapporto tra regole, consenso e responsabilità? Quale fiducia può chiedere ai cittadini un sistema che, per superare una contestazione sulla propria legittimazione, finisce per riconsegnarsi allo stesso vertice?Il commissariamento dovrebbe rappresentare una discontinuità riconoscibile, giustificata da ragioni precise. Se diventa il passaggio attraverso cui il potere cambia titolo senza cambiare interprete, il messaggio pubblico è devastante: le regole producono una crisi, gli equilibri trovano un accordo, il sistema continua. È ragionevole immaginare che più di un presidente federale abbia tirato un sospiro di sollievo. Anche chi deve rispondere a contestazioni della giustizia penale potrebbe leggere questa soluzione come un segnale rassicurante. Un’indagine non equivale a una condanna, né determina automaticamente i presupposti di un commissariamento. Ma proprio per questo servono criteri chiari, coerenti e verificabili: la responsabilità istituzionale non può dipendere soltanto dall’esito penale, né dalla forza delle alleanze. Sarebbe improprio concludere che nessuno verrà più commissariato. Il rischio politico, però, è che si consolidi una convinzione: se sei abbastanza forte dentro il sistema, anche una crisi può diventare uno strumento per restarci.
Qui affiora il male più profondo della politica sportiva: la sua capacità di riprodursi. Un sistema elettorale può rispettare tutte le procedure e restare povero di democrazia sostanziale. Accade quando il consenso circola in un ambiente chiuso, le candidature dipendono da appartenenze consolidate e chi dovrebbe controllare il vertice deve al vertice opportunità, incarichi o riconoscimento. In questo circuito dominano troppo spesso i soliti protagonisti. I nuovi arrivano come delfini dei vecchi, selezionati per assicurare continuità prima ancora che per proporre un cambiamento. L’alternanza rischia di diventare successione dinastica. E il ricambio sembra talvolta affidato alla biologia: si apre uno spazio quando qualcuno scompare senza aver predisposto un erede. Non è una questione anagrafica. Si può essere giovani e custodire un sistema vecchissimo. Il punto è poter competere senza chiedere il permesso a chi governa, dissentire senza essere marginalizzati, candidarsi senza ricevere un’investitura. Anche la giustizia sportiva perde credibilità quando viene percepita come rigorosa con chi ha meno forza e negoziabile intorno ai vertici. Non basta che una decisione trovi una giustificazione tecnica: deve essere comprensibile, coerente con le altre e assunta attraverso garanzie credibili di indipendenza. Altrimenti la distanza tra legalità formale e senso di giustizia diventa una frattura.
L’autonomia dello sport rende questa responsabilità ancora maggiore. Le federazioni amministrano risorse rilevanti, organizzano attività di interesse collettivo e incidono sulle opportunità di atleti, tecnici e società. I controlli esistono: la domanda è quanto siano efficaci, tempestivi e capaci di incidere anche sui vertici. Invocare l’autonomia per sottrarsi a questa domanda significa trasformare una garanzia in un privilegio. L’autonomia non può diventare la versione istituzionale del «facciamo come ci pare». Malagò può utilizzare la propria forza per aprire davvero il sistema: rendere contendibili le cariche, trasparenti le decisioni, verificabili le responsabilità. Ma se il risultato sarà soltanto aver superato un ostacolo conservando il comando, il suo successo resterà personale.Nel lungo periodo, lo sport paga queste vicende con qualcosa che nessun accordo restituisce facilmente: la credibilità. Ai ragazzi insegniamo che le regole valgono per tutti, che il merito apre le porte e che una sconfitta si accetta. Se ai vertici vedono soprattutto protezione reciproca, successioni concordate e continuità del potere, quella lezione si svuota. Malagò ha vinto. Il rinnovamento, per ora, no.
Credits foto: figc.it
Qui affiora il male più profondo della politica sportiva: la sua capacità di riprodursi. Un sistema elettorale può rispettare tutte le procedure e restare povero di democrazia sostanziale. Accade quando il consenso circola in un ambiente chiuso, le candidature dipendono da appartenenze consolidate e chi dovrebbe controllare il vertice deve al vertice opportunità, incarichi o riconoscimento. In questo circuito dominano troppo spesso i soliti protagonisti. I nuovi arrivano come delfini dei vecchi, selezionati per assicurare continuità prima ancora che per proporre un cambiamento. L’alternanza rischia di diventare successione dinastica. E il ricambio sembra talvolta affidato alla biologia: si apre uno spazio quando qualcuno scompare senza aver predisposto un erede. Non è una questione anagrafica. Si può essere giovani e custodire un sistema vecchissimo. Il punto è poter competere senza chiedere il permesso a chi governa, dissentire senza essere marginalizzati, candidarsi senza ricevere un’investitura. Anche la giustizia sportiva perde credibilità quando viene percepita come rigorosa con chi ha meno forza e negoziabile intorno ai vertici. Non basta che una decisione trovi una giustificazione tecnica: deve essere comprensibile, coerente con le altre e assunta attraverso garanzie credibili di indipendenza. Altrimenti la distanza tra legalità formale e senso di giustizia diventa una frattura.
L’autonomia dello sport rende questa responsabilità ancora maggiore. Le federazioni amministrano risorse rilevanti, organizzano attività di interesse collettivo e incidono sulle opportunità di atleti, tecnici e società. I controlli esistono: la domanda è quanto siano efficaci, tempestivi e capaci di incidere anche sui vertici. Invocare l’autonomia per sottrarsi a questa domanda significa trasformare una garanzia in un privilegio. L’autonomia non può diventare la versione istituzionale del «facciamo come ci pare». Malagò può utilizzare la propria forza per aprire davvero il sistema: rendere contendibili le cariche, trasparenti le decisioni, verificabili le responsabilità. Ma se il risultato sarà soltanto aver superato un ostacolo conservando il comando, il suo successo resterà personale.Nel lungo periodo, lo sport paga queste vicende con qualcosa che nessun accordo restituisce facilmente: la credibilità. Ai ragazzi insegniamo che le regole valgono per tutti, che il merito apre le porte e che una sconfitta si accetta. Se ai vertici vedono soprattutto protezione reciproca, successioni concordate e continuità del potere, quella lezione si svuota. Malagò ha vinto. Il rinnovamento, per ora, no.
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