Ci sono campioni che passano una vita a perfezionare un gesto. Mildred “Babe” Didrikson Zaharias ne provò parecchi, con l’irritante abitudine di riuscire bene quasi in tutti. A settant’anni dalla sua morte, avvenuta il 27 settembre 1956, il modo peggiore per raccontarla sarebbe scegliere una disciplina. Fu atleta olimpica, cestista, giocatrice di baseball, golfista e, quando lo sport non bastava, trovò anche il tempo di salire su un palcoscenico a suonare l’armonica. Più che una carriera, la sua sembra un continuo cambio di programma. Nel 1932 aveva 21 anni e risultava impiegata come segretaria alla Employers Casualty Insurance Company di Dallas. In realtà l’azienda l’aveva assunta soprattutto per rinforzare la propria squadra femminile di basket. Nel frattempo Babe si dedicava all’atletica e ai campionati nazionali AAU di quell’anno la società si presentò con una formazione piuttosto essenziale: una sola atleta, lei. In circa tre ore Didrikson partecipò a otto prove, ne vinse cinque, pareggiò nel salto in alto e raccolse da sola 30 punti, sufficienti per conquistare il titolo nazionale a squadre. La Texas State Historical Association conserva ancora i risultati di quella giornata, che hanno un unico difetto: letti oggi sembrano inventati. Poche settimane dopo arrivarono le Olimpiadi di Los Angeles. Il regolamento consentiva alle donne di disputare al massimo tre gare individuali e Babe sfruttò tutto quello che le era concesso: oro nel giavellotto, oro negli 80 metri ostacoli e argento nel salto in alto. L’U.S. Olympic & Paralympic Museum ricorda che rimane l’unico atleta, uomo o donna, ad aver conquistato medaglie olimpiche individuali in una corsa, un lancio e un salto. A quel punto avrebbe potuto dedicarsi all’atletica e vivere tranquillamente di gloria olimpica. Evidentemente non era il suo genere.

Dopo i Giochi trasformò il talento anche in spettacolo. Partecipò a esibizioni di biliardo, andò in tournée con il basket, comparve nel vaudeville correndo su un tapis roulant e suonando l’armonica. Si cimentò persino nel baseball e nel 1934 lanciò in incontri di esibizione contro squadre della Major League. Nell’America degli anni Trenta, mentre alle donne veniva ancora spiegato con una certa precisione quali fossero i loro spazi, Babe sembrava occupata altrove. Poi arrivò il golf. Non come passatempo. Vinse tre U.S. Women’s Open, conquistò dieci major e nel 1950 fu tra le fondatrici della Ladies Professional Golf Association. Il World Golf Hall of Fame le attribuisce 31 vittorie da professionista e documenta anche le sue partecipazioni a tornei maschili, quando vedere una donna competere in quel contesto costituiva già una notizia. Non era nemmeno una campionessa particolarmente interessata alla modestia di circostanza. Aveva sicurezza, senso dello spettacolo e una notevole consapevolezza delle proprie capacità. In un ambiente che chiedeva alle sportive di essere brave senza fare troppo rumore, lei attirava pubblico, giornali e sponsor. La USGA riconosce il ruolo decisivo che ebbe nella crescita del golf professionistico femminile. Nel 1953 le fu diagnosticato un tumore al colon. Subì un intervento e tornò alle competizioni. L’anno successivo vinse lo U.S. Women’s Open con dodici colpi di vantaggio, conquistando l’ultimo dei suoi dieci major. Morì nel 1956, a 45 anni. 

Resta difficile capire quale sia l’aneddoto che la racconti meglio: la squadra composta da una sola atleta che vince un campionato nazionale, le tre medaglie olimpiche in tre specialità diverse, il baseball contro i professionisti, l’armonica o i dieci major nel golf. Probabilmente è proprio questo il punto. Babe Didrikson Zaharias passò la vita a rendere poco credibili storie che erano perfettamente vere.


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