Potremmo dirlo
senza troppi giri di parole: lo sport italiano ha sempre avuto un rapporto
molto stretto con la politica. Nel corso degli anni, soprattutto nelle
Leghe sportive, abbiamo visto alternarsi figure direttamente impegnate in
politica o comunque molto vicine a quel mondo. Dal ministro Fracanzani alla
Lega Pallavolo Serie A all’esperienza di Fabris nella Lega femminile,
dall’onorevole Pella nella Lega Ciclismo alla De Michelis prima e Durigon oggi
alla guida della Lega maschile, fino a chi, pur non essendo formalmente un
politico, della politica conosce bene ambienti e relazioni, come Vito Cozzoli
alla Lega femminile di Serie A. Ma sarebbe troppo facile fermarsi ai
nomi.
E sarebbe anche sbagliato trasformare ogni volta
la discussione in una crociata contro il politico di turno. La vera
domanda è un’altra: perché lo sport continua a cercare così frequentemente la
politica quando dovrebbe cercare, prima di tutto, manager capaci? È
questo il punto che lascia maggiormente perplessi. Per anni abbiamo
assistito alla ricerca non tanto di chi sapesse costruire un grande prodotto
sportivo, quanto di chi fosse in grado di trovare le risorse per sostenerlo.
È una differenza enorme. Un manager
dovrebbe lavorare sulla qualità del prodotto, sulla sua valorizzazione commerciale,
sul pubblico, sulla comunicazione, sui diritti, sulle sponsorizzazioni,
sull'organizzazione e sulla capacità di generare valore. Il
facilitatore, invece, lavora sulle relazioni. Conosce qualcuno.
Può arrivare a qualcun altro. Può aprire
una porta. Può portare un’azienda al tavolo. E così il valore
rischia di non essere più rappresentato da ciò che lo sport è capace di
produrre, ma da chi è capace di rappresentarlo davanti alle persone giuste.
Roberto Ghiretti, anni fa, aveva provato a indicare una strada diversa: quella
di una gestione realmente manageriale dello sport, nella quale le competenze e
la capacità di costruire valore fossero centrali.
Una strada che, evidentemente, non ha ancora
convinto fino in fondo il sistema.
Il paradosso è evidente. Se una società
sportiva, una lega o una federazione deve presentarsi a un’azienda per chiedere
un investimento, dovrebbe poter mettere sul tavolo numeri, pubblico, audience,
qualità dell’evento, capacità organizzativa, prospettive di crescita e ritorno
per lo sponsor. Dovrebbe essere lo sport a convincere l’azienda. Quando,
invece, diventa decisivo il nome di chi accompagna lo sport a quell’incontro,
allora qualcosa si è inceppato. E questo non è necessariamente un
problema del politico.
È soprattutto un problema dello sport. Perché
se una disciplina ha bisogno di una relazione politica per convincere
un’azienda a investire, significa che forse non ha ancora imparato a
raccontare, valorizzare e vendere sufficientemente bene se stessa. Il
calcio sembra muoversi, almeno in parte, secondo logiche differenti. Anche
nel calcio le relazioni politiche sono importanti e anche il consenso del
sistema conta. Ma la scelta della governance delle Leghe passa principalmente
dalla necessità di essere riconosciuti dalle società più importanti, dai
presidenti-proprietari, dai grandi centri di potere del settore e,
contemporaneamente, di essere interlocutori accettabili per la politica in
maniera trasversale.
Negli altri sport, invece, sembra emergere più
frequentemente la tentazione della scorciatoia.
Non serve una nuova polemica contro questo o quel
presidente, contro questo o quel politico, contro questa o quella Lega. Il
tema non è stabilire se un politico sia più o meno bravo di un manager.
Il tema è stabilire quali siano i criteri con cui
lo sport sceglie le persone che devono guidarlo.
La parte forse più interessante della vicenda è
che il sistema sportivo spesso non sembra nemmeno considerare questo meccanismo
come un problema. La risposta più semplice è anche la più difficile da
contestare: “Se in questo modo arrivano più risorse, ben venga.” Ed
è una risposta comprensibile.
Una lega ha bisogno di soldi. Una federazione ha
bisogno di sponsor. Una società deve chiudere il bilancio. Se una determinata
persona riesce ad aprire una porta che altrimenti resterebbe chiusa, perché non
utilizzarla? Il problema è ciò che accade dopo. Perché quella
scorciatoia rischia di diventare il modello. E se il modello funziona,
nessuno avrà interesse a cambiarlo.
Uno sport meno interessato a diventare grande e
più interessato a trovare qualcuno che lo faccia diventare, almeno
temporaneamente, più ricco. Ma le relazioni possono portare un
investimento.
Non possono sostituire per sempre la capacità di
costruire valore. E se ogni volta che arriva qualche risorsa diciamo
“ben venga”, senza chiederci perché quella risorsa sia arrivata e quale modello
stiamo costruendo, il mondo dello sport continuerà semplicemente a riprodurre
se stesso.
Con nuovi nomi, nuovi equilibri, nuovi politici e
nuovi facilitatori. Ma con lo stesso problema.
Perché, alla fine, se il merito non diventa mai il
criterio principale, non cambierà il sistema.
E probabilmente, proprio per questo, non cambierà
neanche lo sport.
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