Ma davvero è questo il tema? O meglio: è questo l’unico tema di cui lo sport italiano sente il bisogno di discutere?
Perché mentre il dibattito si avvita intorno alla possibilità che Giovanni Malagò possa o non possa continuare a guidare la federazione Italiana Gioco Calcio, fuori dalla stanza dei bottoni ci sarebbe una quantità di questioni che meriterebbero almeno la stessa attenzione. C'è il cambiamento climatico, che non è più una parola da convegno ma una variabile destinata a cambiare profondamente il modo di organizzare, praticare e finanziare lo sport. Ci sono gli impianti, i calendari, i grandi eventi, i consumi energetici, la sostenibilità delle manifestazioni sportive. C'è poi la straordinaria rivoluzione dello sport femminile. Una trasformazione culturale, economica e sociale che nel mondo sta modificando equilibri, audience, investimenti e modelli organizzativi. Anche qui: siamo davvero sicuri che il sistema sportivo italiano stia correndo alla stessa velocità?
E poi c'è la questione, enorme, del ricambio generazionale. Non soltanto degli atleti. Della classe dirigente. Perché uno dei problemi dello sport italiano è forse proprio questo: continuiamo a discutere di persone molto più che di sistemi. Di chi entra, chi esce, chi resta, chi può essere rieletto, chi può succedere a chi. E molto meno di come dovrebbe funzionare la macchina quando le persone cambiano. È una differenza non banale.
Da anni lo sport italiano sembra vivere dentro una sorta di equilibrio immobile. Un sistema nel quale tutto deve cambiare, purché alla fine nulla cambi davvero. Gattopardesco. Un sistema che ha imparato a gestire le proprie contraddizioni, a rinviare le riforme, a trovare soluzioni interne, spesso affidandosi più al buonsenso personale che a regole capaci di funzionare anche quando il buonsenso viene meno.
Qualcuno ha cominciato a parlare della possibile fine della Prima Repubblica dello sport. Può essere una definizione giornalistica, magari persino eccessiva. Ma la domanda resta: se quella stagione è davvero arrivata alla fine, che cosa viene dopo? Perché il rischio è che il passaggio di fase si trasformi semplicemente nell'ennesimo passaggio di consegne.
Cambiano i nomi, cambiano gli equilibri, cambiano le maggioranze. Ma il modello resta sostanzialmente identico. Tutto legittimo, naturalmente. Ma chi si occupa del resto? Chi mette davvero sul tavolo il tema della giustizia sportiva? La riforma del sistema elettorale? Il rapporto tra autonomia e responsabilità? La formazione della nuova classe dirigente? Il ruolo delle donne nei vertici sportivi? La sostenibilità economica e ambientale? La trasformazione digitale? Il rapporto tra sport di base e sport di vertice? Domande enormi. Eppure spesso sembrano non interessare proprio. Anche perché il mainstream non sempre aiuta. Il calcio occupa quasi tutto lo spazio disponibile. E qualche volta persino il calcio finisce per diventare soprattutto una gigantesca macchina di gossip, polemiche e dichiarazioni. Gli altri sport vengono raccontati quando arriva la medaglia.
La medaglia arriva, ci emozioniamo, celebriamo l'impresa, pubblichiamo fotografie e titoli. Poi, spesso, il giorno dopo si torna al solito schema. È un paradosso. Ci lamentiamo continuamente del fatto che lo sport italiano non riesca a raccontarsi, ma quando avrebbe la possibilità di discutere del proprio futuro preferiamo parlare delle persone. E così una riforma diventa una questione di nomi. Un'elezione diventa una questione di alleanze, una crisi diventa una questione di appartenenze, un cambiamento diventa una sostituzione. Forse è arrivato il momento di invertire il ragionamento. Non chiediamoci soltanto chi guiderà lo sport italiano. Ma chiediamoci quale sport italiano vogliamo costruire. E mentre continuiamo a discutere di chi occuperà una poltrona, il mondo dello sport continua a correre. Il problema è che noi, forse, siamo ancora fermi.
Credits foto: Martin Rulsch/Wikimedia Commons