Stucchevole, fastidiosa, anacronistica e probabilmente artatamente costruita con fini che cozzano con l’etica sportiva, umana e del vivere civile. La questione dei ‘nuovi italiani’, di quegli atleti nati e cresciuti in Italia, i cui tratti somatici e il colore della pelle però non sono aderenti ai canoni mediterranei ed europei, a detta di alcuni benpensanti, non darebbe loro il diritto, sacrosanto, di vestire la maglia azzurra. Sempre stando a una folle linea di pensiero, non importa che abbiano studiato nelle nostre scuole, che siano cresciuti nelle nostre città, che intercalino accenti veneti, romani o siciliani, che cantino a squarciagola l’Inno di Mameli quando salgono sul podio. I loro cognomi ‘esotici’ li priverebbero automaticamente del sacrosanto diritto di sentirsi a pieno titolo nostri connazionali. I successi di Jacobs, Diaz, Desalu, Egonu, Sylla, Paolini e Iapichino, solo per citare alcuni dei più celebrati assi del nostro sport, non sarebbero ‘puri’, non dovrebbero figurare nei medaglieri. Qualcuno non li accetta, non li digerisce. Badate bene: non si tratta di ragazzi con lo status di ‘naturalizzati’, non stiamo parlando di atleti che hanno sviluppato il loro talento sportivo all’estero per poi trasferirlo nelle nostre nazionali. La loro formazione è avvenuta in Italia, nei nostri club, nei nostri gruppi sportivi, nelle nostre rappresentative giovanili, dove sono sbocciati e diventati Campioni con la C maiuscola, mentre i loro genitori, nella maggior parte dei casi fuggiti da povertà e guerre, faticosamente cercavano, attraverso il lavoro e la fatica, stabilità e integrazione, una normalità esistenziale nel Paese che li ospita. Ma lo scenario è notevolmente più ampio e non investe solo il mondo sportivo. L’ignoranza, e forse la volontaria negazione della storia, porta a dimenticare che per oltre 100 anni i ‘negri’ siamo stati noi, sì, proprio noi italiani, emigrati con la valigia di cartone in tutto il mondo per trovare migliori condizioni di vita, per dare un futuro ai loro figli. Ancora oggi (dati del 2025) sono ben 6 milioni e 604 mila gli italiani residenti all’estero, ma in passato furono certamente di più. I piroscafi partivano dai nostri porti con le terze classi e le stive cariche di ‘poveri cristi’ che trascinavano con loro speranze e tanta malinconia per approdare in terre lontane, in Paesi dei quali non conoscevano la lingua e le abitudini. Un tuffo nell’ignoto che solo la miseria costringeva a fare. L’accoglienza ricevuta dai nostri connazionali non fu sempre cordiale e amichevole. Nella maggior parte dei casi furono costretti a condizioni di vita dure, ad accettare lavori umili e mal pagati, a subire umiliazioni, le stesse che oggi qualcuno infligge agli extracomunitari che arrivano in Italia. Una situazione mortificante, ben dipinta nel film ‘Pane e Cioccolata’ del 1973, diretto da Franco Brusati e interpretato mirabilmente da Nino Manfredi e Johnny Dorelli, il cui tema principale è l'emigrazione italiana in Svizzera. A testimonianza del disagio dei nostri connazionali, nel 1946 il Governo della neonata Repubblica Italiana istituì, a tutela di milioni di italiani emigrati, un Dicastero (oggi Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale), per garantirne i basilari diritti umani e di lavoro. Da quelle famiglie partite in cerca di fortuna, però, l’italico genio e la nostra tenacia sono emersi in maniera prepotente, inconfutabile, partorendo delle eccellenze che, proprio come gli atleti che oggi qualcuno non vorrebbe italiani, hanno regalato ai Paesi che hanno ospitato i figli e i figli dei figli del nostro Stivale straordinari talenti nei più disparati campi: dalla scienza al cinema, dalla musica e naturalmente allo sport. Citiamo a caso, ma l’elenco è infinito e potrebbe occupare l’intero articolo. Da Rocco Petrone, direttore della NASA (Agenzia Spaziale Statunitense), ai registi Frank Capra e Francis Ford Coppola, Michael Cimino, Martin Scorsese e Brian De Palma, alle icone del grande schermo Robert De Niro, Al Pacino, Sylvester Stallone e Dean Martin (al secolo Dino Crocetti), a The Voice, l’immortale Frank Sinatra, allo straordinario interprete della canzone francese Yves Montand (al secolo Ivo Livi, nato a Monsummano Terme). Nello sport: Joe Di Maggio, campionissimo di baseball, Rocky Marciano e Jake LaMotta, pugili che hanno fatto la storia, calciatori tra i più celebrati come Michel Platini, Leo Messi, Daniel Passarella, Daniel Bertoni, atleti che hanno portato titoli mondiali e continentali alle nazioni per le quali vestivano i colori.Cosa vogliamo fare allora? Per dare ragione ad alcuni, provocatoriamente potremmo restituire le medaglie e i titoli conquistati dai sopracitati ‘nuovi italiani’, ma di contro rivendicare quanto l’Italia ha regalato al mondo in tutti i campi dell’ingegno umano. Forse è il caso di chiudere qui l’argomento, anche se ci sarebbe molto altro da dire. Oggi i flussi migratori sono cambiati: l’Italia, con tutti i suoi problemi, per fortuna da Paese ‘esportatore’ è diventato ‘ricettore’. Il mondo continua a costringere i suoi ‘inquilini’ ad allontanarsi dal proprio habitat alla ricerca di una vita migliore o addirittura per fuggire a un tragico destino, la cronaca ce lo descrive drammaticamente tutti i giorni. Lo sport è solo un terminale di storie drammatiche, mentre gli attori di queste sono solo comparse, pedine mosse dalle circostanze e dalla malvagità degli uomini. E allora W sempre la maglia azzurra e chiunque la indossi!


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