Avevo sette anni quando è morto Marco Simoncelli. Troppo pochi per dire di averlo davvero seguito, per ricordare le sue gare o sapere dove fossi quel 23 ottobre 2011. Eppure so perfettamente chi era. Forse è proprio questa la cosa più strana della sua storia.

Sono passati quindici anni dall'incidente di Sepang e Simoncelli continua a essere presente anche per una generazione che, quando lui correva, era ancora bambina. Lo riconosciamo dai ricci, dal 58, da quella voce romagnola che basta ascoltare per pochi secondi in un vecchio video. Sappiamo che lo chiamavano Sic, che correva forte e che in pista non era esattamente uno che si accontentava.

Marco Simoncelli aveva 24 anni quando morì, durante il secondo giro del Gran Premio della Malesia. Era già stato campione del mondo della 250 nel 2008 e, alla sua seconda stagione in MotoGP, aveva conquistato due pole position e due podi. Numeri importanti, ma probabilmente insufficienti a spiegare quello che è successo dopo.

Perché di campioni ne passano tanti. Alcuni vincono molto più di lui, costruiscono carriere lunghissime e riempiono pagine di record. Poi il tempo fa il suo lavoro e lentamente li allontana. Con Simoncelli è andata diversamente.

Forse perché non sembrava costruito per piacere a tutti. Correva in modo aggressivo, qualche volta sbagliava, litigava, rispondeva. Jorge Lorenzo e Dani Pedrosa furono tra i piloti con cui ebbe confronti duri. Non era il personaggio perfetto che oggi, spesso, siamo abituati a vedere nello sport. Ed è anche per questo che sembrava vero. Riguardando oggi le sue interviste si capisce quanto fosse poco filtrato. Rideva, scherzava, parlava come avrebbe parlato con gli amici. Aveva un'immagine impossibile da confondere con quella di chiunque altro, ma dava l'impressione di non essersela studiata.

Era semplicemente lui. Forse chi aveva venti o trent'anni nel 2011 ricorda una gara precisa, un sorpasso o la notizia arrivata quella domenica mattina. Chi oggi ne ha ventidue ha un rapporto diverso con Simoncelli. Lo ha conosciuto dopo. Attraverso i video, i racconti, le immagini che continuano a circolare. Attraverso quel 58 che ancora compare sui caschi, sulle moto, sulle magliette. Attraverso il circuito di Misano che porta il suo nome e una Fondazione nata dalla sua famiglia che continua a trasformarne il ricordo in progetti concreti.

Persino il suo numero è diventato qualcosa di più di un numero di gara: nel 2016 la MotoGP ha ritirato il 58. È raro che la memoria sportiva riesca ad attraversare così bene le generazioni. E forse è questo il punto, quindici anni dopo. Non serve raccontare Simoncelli come se fosse stato perfetto. Sarebbe persino un modo per renderlo meno simile a quello che era. Aveva talento, carattere, difetti, una carriera che stava ancora prendendo forma e tantissimo tempo davanti. Quel tempo non lo ha avuto. Averne oggi ventidue fa impressione anche per questo. Marco ne aveva appena due in più quando è morto. A quell'età normalmente si pensa di essere ancora all'inizio di tutto. Si cambia idea, si fanno errori, si cerca di capire dove si vuole arrivare. Lui, senza poterlo sapere, aveva già lasciato qualcosa che sarebbe arrivato molto più lontano delle sue gare. Quindici anni dopo, forse il modo più giusto per ricordarlo non è continuare a dire quanto manca. È accorgersi che ci sono ragazzi che nel 2011 avevano sette anni, cinque o magari non erano ancora nati e che, vedendo un 58, sanno comunque di chi si parla. Per uno sportivo, forse, restare significa proprio questo.