È ricominciata
la stagione della politica e, puntuale come sempre, è tornato anche il grande
rito dei programmi elettorali. Tra qualche mese si vota, si dice, e quindi
eccoci con il consueto toto-nomi, toto-candidati, toto-alleanze e,
naturalmente, toto-programmi. Per lo sport, però, il copione rischia di essere
quello già visto. Una manciata di righe sull’importanza dell’attività fisica,
qualche riferimento al diritto alla salute, il valore educativo dello sport per
i giovani e, immancabile, una citazione dell’articolo 33 della Costituzione,
che ha finalmente riconosciuto il valore educativo, sociale e di promozione del
benessere psicofisico dell’attività sportiva. Tutto bello, per carità. Tutto
giusto. Talmente giusto che ormai potremmo quasi predisporre un modello
standard di programma elettorale sullo sport, lasciando soltanto lo spazio per
inserire il simbolo del partito.
Il problema è che chi vive lo sport ogni giorno,
nei territori, nelle società sportive, nelle palestre, nelle piscine, sui campi
e nelle associazioni, oggi ha bisogno di qualcosa di più. Ha bisogno di
concretezza. Perché molto è stato fatto, certamente, ma proprio perché molto è
stato fatto è ancora più evidente quanto resti da fare. Se la politica vuole
dimostrare di avere davvero a cuore il nostro mondo, la strada è una sola:
passare dai soliti slogan elettorali alle proposte, dalle dichiarazioni di
principio alle soluzioni, dalle promesse agli impegni verificabili.
Nei programmi della prossima campagna elettorale
vorremmo quindi leggere impegni precisi, misurabili e accompagnati da scadenze
chiare. Non soltanto “promuoveremo lo sport”, ma come, con quali risorse, entro
quando e con quale risultato. Perché chi lavora nello sport ha ormai imparato a
distinguere perfettamente una promessa da un progetto.
Una delle priorità è certamente una vera riforma
della giustizia sportiva, che garantisca terzietà, indipendenza dei giudici
dalle dirigenze federali e tempi certi.
Poi c’è il grande capitolo dell’impiantistica. Qui
sarebbe bello smettere di scoprire, a ogni tornata elettorale, che “servono più
impianti sportivi”. Lo sappiamo già. Quello che serve è un vero Piano
Regolatore per l’impiantistica sportiva, con un censimento reale e aggiornato
delle strutture, territorio per territorio, corsie preferenziali e procedure
burocratiche più semplici per chi riqualifica gli impianti esistenti e
contributi mirati per l’efficientamento energetico di palestre e piscine.
Perché una piscina che consuma come una piccola acciaieria non è soltanto un
problema ambientale: prima o poi diventa anche un problema per le famiglie che
devono pagare la quota associativa.
E poi ci sono le ASD e le SSD, che avrebbero
bisogno di una cosa apparentemente rivoluzionaria: regole semplici, chiare e
stabili. Dopo il riassetto del lavoro sportivo, il settore ha bisogno di
certezze e soprattutto di semplificazione. Sì, proprio quella parola che
compare praticamente in tutti i programmi politici e che, curiosamente, nella
realtà spesso si traduce in nuovi moduli, nuove procedure e nuove password.
Servono un quadro fiscale sostenibile, strumenti realmente accessibili, una
detraibilità concreta delle spese sportive per le famiglie, soprattutto quelle
a basso reddito, e la stabilizzazione dello Sport Bonus, così da favorire
l’ingresso dei privati nei progetti sportivi dei territori. E servono anche
sgravi per gli sponsor, perché chiedere alle imprese di investire nello sport è
certamente giusto, ma rendere conveniente farlo sarebbe probabilmente ancora
più efficace.
C’è poi il tema della governance, che non può
essere lasciato ai margini. Servono limiti rigidi ai mandati, maggiore
trasparenza e una netta divisione dei ruoli tra Governo, Parlamento, CONI e
Sport e Salute. Perché anche nello sport sarebbe utile ricordare che il
ricambio non è una calamità naturale e che le istituzioni, tutte le
istituzioni, devono essere al servizio del sistema e non il contrario.
Sono soltanto alcune delle questioni sul tavolo.
Ce ne sarebbero molte altre: la sostenibilità economica delle società sportive,
la formazione dei dirigenti, l’accessibilità degli impianti, la valorizzazione
del volontariato, la promozione dello sport nei quartieri, il rapporto tra
sport, scuola, salute e politiche sociali. Ma il punto, alla fine, è uno solo:
è arrivato il momento di misurare la politica sulla capacità di dare risposte
gestionali. Serie.
Non servono programmi pieni di belle parole o
dichiarazioni di amore eterno per lo sport pronunciate alla vigilia delle
elezioni. E non serve nemmeno guardare soltanto alle appartenenze ideologiche.
La storia ci ha insegnato che le ideologie cambiano, le coalizioni cambiano, i
leader cambiano. Gli impianti, invece, continuano ad avere bisogno di
manutenzione, le società sportive continuano a compilare moduli, le famiglie
continuano a pagare quote e chi fa sport continua ad aspettare risposte.
Per questo i prossimi programmi elettorali li
vorremmo leggere con un criterio molto semplice: non valuteremo soltanto quanto
sono belli i principi, ma quanto sono concrete le soluzioni. Quanto sono chiari
gli obiettivi, quanto sono credibili le risorse, quanto sono definite le
scadenze e, soprattutto, quanto sarà possibile verificare, tra uno, due o
cinque anni, se quelle promesse saranno state mantenute.
Perché lo sport non ha bisogno dell’ennesima
dichiarazione d’amore. Ne ha ricevute già parecchie. Ha bisogno, più
semplicemente, di qualcuno che, dopo averla fatta, si rimbocchi le maniche.
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