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Si voltano di spalle i cretini
Si volta di spalle chi non sa orientarsi, chi non comprende la grandezza di ciò che ha davanti, che non capisce il valore del silenzio.
L’importante è non essere come loro, costruire una cultura che ne impedisca la formazione. L’importante è non voltare le spalle.Pensavano di oltraggiare una memoria. Hanno finito soltanto per testimoniare la propria essenza.In tempi come questi, più dei cretini girati di spalle sorprende la reazione degli altri spettatori, che li hanno fischiati. E sorprende la società sportiva — in questo caso la Juventus — che si è scusata per loro, invece di proteggerli o giustificarli.Sì, perché, se non vogliamo voltarci dall’altra parte, dobbiamo ricordare che ci sono stati anni nei quali ognuno allevava la propria mandria di cretini. In caso di necessità, poteva essere utile averne una da manovrare, sfruttandone la forza e, talvolta, la violenza.Quando da giornalista seguivo il calcio, mi capitò di subire aggressioni verbali e di trovare scritte sui muri contro di me. A gente come quella che ieri si è girata di spalle non andava bene una narrazione che non la considerasse protagonista.Poi, una sera, i cosiddetti “tifosi” non si limitarono a dedicarmi un coro o a lanciare sacchi di spazzatura e piscio sulla mia auto. Mi inseguirono di notte sulla tangenziale, mentre accompagnavo a casa un’amica.Ammetto di avere avuto paura. Abitavo con gioia quella città, ma non era la mia e non ne conoscevo bene le strade. Riuscii a sottrarmi all’inseguimento e il giorno dopo decisi di dire basta e di denunciare.La risposta della questura fu sorprendente: “Sì, li conosciamo e li teniamo d’occhio. Ma forse, per questo episodio, è meglio lasciar perdere. Stia tranquillo”. Non rimasi tranquillo. Da quel momento ho capito che quella gente, qualunque bandiera sventoli, appartiene a una sola squadra. E non è la mia. È gente che spesso trova in una sede, in una divisa, in uno slogan e nel branco una forma di identità che altrove non riesce a costruire. Un branco talvolta finanziato, persino a sua insaputa, in cambio di coperture, protezione, piccoli privilegi e qualche soldo. Un modo di stare al mondo. Scrivevo qualche giorno fa di una serie televisiva che prende proprio quell’ambiente come spunto narrativo. Fino a pochi anni fa abbiamo avuto la certezza che gruppi simili riuscissero a condizionare le società sportive, conquistando spazi nella vendita dei biglietti, del merchandising e persino nella gestione dei servizi all’interno degli stadi.Credo, spero, che quell’epoca sia finita. Con questa gente non si stringono amicizie. Non si fanno patti. Non si cercano giustificazioni. Soprattutto quando sventola la tua stessa bandiera e sostiene di tifare la tua squadra.È un mondo che deve essere sorvegliato dalle forze dello Stato, quando lo Stato decide di esserci davvero. Punto.Quelli che si danno appuntamento nelle aree di servizio per picchiarsi, che organizzano le trasferte come piani d’invasione e si percepiscono come piccoli eserciti non sono un’espressione pittoresca del tifo. Sono qualcosa di diverso e di pericoloso. E temo possano diventarlo ancora di più nei giorni peggiori che possono sempre arrivare. Perciò noto con disgusto che ieri, durante Juventus-Atalanta, qualcuno si è girato di spalle. Ma mi rincuora sapere che molti altri, davanti a quello spettacolo indegno, non si siano voltati dall’altra parte. Li hanno fischiati e hanno applaudito la memoria di una delle figure migliori del nostro calcio.Sandro Mazzola è stato un fenomeno mondiale, un talento purissimo affidato a una persona perbene.Con le sue giocate ha riempito di bellezza tanti momenti nella vita di generazioni diverse. Generazioni che amavano il calcio per il calcio, quando il tifo era ancora amore per una squadra e se ne discuteva nei bar, non in sedi chiuse nelle quali, accanto ai simboli delle società sportive, compaiono quelli che nella storia hanno già condotto l’umanità alle atrocità e alla guerra.Mazzola era una bandiera, come Rivera, come Zoff. Apparteneva a un calcio che sapeva di dopobarba, pane e salame.Chi si è girato di spalle tutto questo non può capirlo. Non so se ciò debba suscitare più rabbia o più pena.Io, comunque, appartengo a quelli che, guardandoli, non voltano le spalle. Li osservano con disgusto e si domandano come sia possibile che neppure la morte riesca a suscitare in loro un gesto di decenza.Che una rosa arrivi a Sandro Mazzola. Una rosa per ogni gioia che ha regalato a chi ama lo sport.
Credits foto: FB
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