C'è un momento, ogni due mesi, in cui l'Italia del calcio smette di essere una squadra e diventa un aeroporto. Arrivi da Manchester, da Londra, da Parigi, da Dortmund, da Norimberga, da Lisbona. Partenze da Cagliari, da Bologna, da Roma, da Milano. Poi, per qualche giorno, tutti a Coverciano: un allenamento, una cena, quattro partite. Il campionato di provenienza diventa un dettaglio da bagaglio a mano. L'azzurro è il posto dove ci si ritrova, non più quello da cui si parte. La lista convocati di Roberto Mancini per settembre 2026 è, in questo senso, un documento più che una formazione: 34 nomi, e una fetta robusta non gioca più in Italia. Donnarumma è al Manchester City, Calafiori all'Arsenal, Kayode al Brentford, Coppola al Paris FC, Doumbia allo Sporting, Tonali al Tottenham, Inacio al Borussia Dortmund, Zoma al Norimberga, Ahanor al Crystal Palace. Un tempo li avremmo chiamati eccezioni. Oggi sono l'ossatura. Nel frattempo, qui, succede l'esatto contrario. La Serie A è diventata uno dei campionati più internazionali d'Europa: nella stagione 2025-26 Transfermarkt contava 368 stranieri su 536 giocatori, il 68,7 per cento. E se si guarda a chi scende davvero in campo, non solo a chi è in rosa, il dato — secondo le rilevazioni riprese dalla stampa italiana — sale a circa il 70 per cento dei minuti giocati. Risultato: il campionato italiano importa il mondo, e la Nazionale, per trovare gli italiani, è costretta a esportarsi. Sembra un controsenso, ed è invece la cosa più logica del mondo.

Dentro questo scambio ci sono due Italie diverse. C'è chi è cresciuto nei nostri vivai e poi è partito — Donnarumma, certo, ma non è un caso isolato: il Sole 24 Ore ha contato 2.701 italiani all'estero nella stagione 2025-26, con 181 nuove partenze nell'ultimo anno e una curva che sale da sei stagioni. E c'è chi l'Italia l'ha incontrata più tardi, attraverso un cognome, una famiglia, un secondo passaporto tenuto nel cassetto per sicurezza. Michael Kayode è nato qui da genitori nigeriani ed è un prodotto del nostro sistema. Issa Doumbia ha fatto una strada diversa. Mohamed Alì Zoma è passato dal calcio italiano e si è costruito altrove, in Germania. Alessandro Romano è nato e cresciuto in Svizzera, con radici italiane, ed è entrato nel radar azzurro senza aver mai giocato in Italia. Non è anagrafe, è geografia dell'appartenenza che cambia forma. Per decenni la Nazionale è stata un premio: si imparava a giocare qui, poi, se si era bravi, arrivava la maglia. Oggi la freccia va in tutte le direzioni contemporaneamente. Si può crescere in Italia e sbocciare altrove. Si può nascere altrove e arrivare in azzurro perché un genitore lo era. Si può avere un cognome che dice un continente e una carriera che ne dice un altro. E ci si può, semplicemente, incontrare a Coverciano per la prima volta.

Ecco perché la parola giusta non è più "straniera": è multinazionale. Non una selezione di stranieri, ma una rappresentazione più onesta — e più complicata — di cosa voglia dire essere italiani nel calcio di oggi. Lo conferma anche il gruppo di questa convocazione: nove giocatori alla prima chiamata assoluta, e la FIGC che racconta il nuovo ciclo proprio come una ripartenza costruita, in parte, da fuori. Il problema, allora, non è chiedersi perché in Serie A ci siano pochi italiani. Il problema è capire cosa sia diventato, nel frattempo, tutto il resto: un campionato che ospita sessanta o settanta nazionalità, e una Nazionale che va a cercarsi i propri figli in giro per l'Europa. Un movimento migratorio incrociato: il campionato porta il mondo qui, la Nazionale porta gli italiani via. E in mezzo, una questione di generazioni. Oggi chi guida l'Italia non deve più solo tenere i rapporti con i ragazzi di Serie A: deve sapere chi gioca in Bundesliga, chi in Premier, chi in Liga, chi in Svizzera o in Portogallo. Deve conoscere i figli degli emigrati prima che li conosca qualcun altro, deve inseguire i doppi passaporti prima che scelgano un'altra bandiera. La vecchia regola diceva: per trovare un italiano, guarda in Italia. La nuova dice: guarda dappertutto, e forse lo trovi.

Alla fine tutte queste strade — diverse per lingua, per campionato, per infanzia — si incrociano per novanta minuti sotto la stessa maglia. Non perché si somiglino. Ma perché, oggi, l'Italia può essere il posto dove sei nato, quello dove sei cresciuto, quello da cui sono partiti i tuoi, o semplicemente quello che hai deciso di rappresentare. La Nazionale è diventata una multinazionale senza aver mai aperto una sede all'estero. Le sedi, in fondo, c'erano già. Erano i campionati degli altri.

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